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mercoledì 14 maggio 2014
London Grammar, "If You Wait" - Recensione
voto: *** 1/2
I London Grammar sono giovani e come tali, vengono lanciati dal music system in pompa magna. Come sempre, ultimamente, si parla di The Next Big Thing; come sempre, negli ultimi tempi, la case discografiche investono una quantità esagerata di soldi nelle band emergenti possibilmente composte da front-men e front-women muniti di bel visino.
Sempre di più, si punta lo sguardo su band dal sound difficilmente categorizzabile se non sotto l'etichetta di "indie" (sopra-insieme che non ha il minimo significato o quantomeno, nessun significato facilmente spiegabile in poche parole), dal look alternativo, dalle dinamiche musicali adatte a fare da sfondo alla puntata di una serie televisiva alla "Grace Anatomy". Insomma, si tende sempre di più a quell'universo hipster che va tanto di moda ultimamente e quindi non solo moda ma anche musica e letteratura si stanno muovendo da un po'di anni in questa direzione.
Non ho niente contro la moda hipster se non che ritengo sia ormai un movimento morto e sepolto semplicemente commercializzato e dato in dono alle grandi masse.
Tutto questo preambolo per dire che i nuovi artisti cosiddettamente hipster (o "indie" che dir si voglia), sono pionieri di un nuovo pop che è dunque commerciale e facilmente consumabile. I London Grammar non fanno eccezione - come non la fecero i The XX quando debuttarono con il loro "XX" - e pubblicano un album di debutto, "If You Wait", che grida da ogni poro "musica indipendente" ma non fa niente di più né niente di meno di quello che già altri hanno fatto negli anni passati. Ma non c'è nemmeno troppo bisogno di andare a cercare negli annali.
Florence Welch punta tutto sulla voce e sull'interpretazione come la nostra Hannah Reid - o come la portentosa Annie Lennox qui ricordata dal timbro profondo e dai giochi vocali - i già citati The XX sono pionieri delle atmosfere notturne e ovattate. Cat Power è già maestra nell'esprimere malinconia attraverso gli accordi languidi di una chitarra elettrica.
I London Grammar sono bravissimi perché c'è qualità in quello che scrivono e nella musica che suonano; c'è ricerca del dettaglio, c'è passione ed emozione. Mi trovo in disaccordo però, con chi li reputa fenomenali e con chi strilla ai quattro venti che sono il futuro della British Music.
Da questa definizione mi dissocio: non sono interessata ad innalzare una band a nuovo oracolo.
Per tutto il resto, Hannah Reid (voce e testi), Dan Rothman (basso) e Dot Major (poli-strumentista), hanno centrato il bersaglio.
Il loro LP di debutto è poco più che una raccolta dei brani già pubblicati in formato EP in aggiunta a qualche inedito ma l'insieme è ben gestito. Ogni brano è collegato all'altro dallo stesso senso di malinconia e dalla stessa profondità di argomenti.
A questo punto, è più che chiaro che non si sta parlando di un album allegro, tutt'altro, ma di una manciata di canzoni che si collocano sì nel pop più radio-friendly, ma più sofisticato. Meno di plastica per intenderci.
Da qui, il voto medio/alto che ho dato all'opera.
"If You Wait" è certamente un album patinato ma con un'anima al suo interno, racchiusa nella dolcezza delle melodie, nella perfezione con cui ogni brano è costruito - le ritmiche, le pause, i sottofondi inseriti a dare atmosfera a ogni brano, nella particolarità dell lyrics che sono criptiche e al tempo stesso autobiografiche e dirette.
Di sicuro, un album che vale la pena ascoltare almeno una volta, anche solo per godere di brani come "Hey Now", "Waisting My Young Years" (brano in cui chiunque potrebbe immedesimarsi), "Strong", "Nightcall", "Metal & Dust".
Ci sono delle cadute di tenore, dovute ovviamente alla giovane età dei membri della band che vorrebbero attingere a più stili musicali senza però riuscirci con convinzione. Nello specifico sto parlando di "Flickers" che è sì, bellissima nei suoi tamburi tribali ma non convince fino in fondo per mancanza di mordente.
In fin dei conti i London Grammar sono la versione pop dei Daughters - a cui spesso vengono accostati ma con cui non condividono le intenzioni - sono la grammatica delle emozioni e la risposta inglesissima degli americani The National.
Solo la voce di Hannah merita l'ascolto; poi ci sono quei piccoli gioielli come il brano "If You Wait" che chiudono in bellezza un album perfetto e dolcissimo che valgono l'intero album.
Uno di quei brani che iniziano e paiono i soliti sottotono, brani ambient e poi esplodono grazie agli archi pieni e d'effetto sul finale; un mood che è un po' quello dell'intero LP.
mercoledì 26 febbraio 2014
St.Vincent, "St.Vincent" - Recensione
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| St.Vincent -- St.Vincent |
Adoro tutto di questa donna; dai capelli viola sparati per aria al suo atteggiamento da fanciulla artsy, molto indie.
La cover futuristica del suo ultimo album omonimo, che la ritrae seduta su un trono tutto rosa, con quei tre simboli che nemmeno in geroglifico, è così artsy che mi viene da piangere.
Scherzi a parte, e hipesteria a gogo che scaturisce da ogni poro della cover, il quarto album di Annie Clark - in arte St.Vincent, appunto - è una meraviglia pop.
Il valore aggiunto di quest'opera sta nelle retrovie, in quello che non percepiamo dal mero ascolto delle undici tracce che lo compongono. E' il lavoro di perfezionamento assolutamente riuscito e il tentativo di fare sembrare semplice quello che in realtà è puro tecnicismo, il culmine ultimo della carriera di un musicista. E nel suo genere, St.Vincent ha dato alle stampe il suo capolavoro.
Un album cult che mescola con sapienza la lezione imparata da David Byrne - con quel electro-funk di cui questo LP si ammanta - e quella capacità di scrittura 'rubata' alla migliore PJ Harvey, di cui si riconosce l'influenza anche nei riff di chitarra elettrica così cupi, tecnicamente vicini al grunge.
Un album che è un piacere ascoltare data l'accuratezza delle ritmiche - fantastica "Rattlesnake" - e lo splendore dei fiati quasi Rn'B come quelli di "Digital Witness" (sembra una Beyoncè ispirata dalle HAIM).
Il punk di "Birth In Reverse" ci riporta alle origini di St.Vincent mentre "Bring Me Your Loves" è puramente psichedelica e un punto di equilibrio tra follia e accuratezza maniacale, che è un po' la caratteristica principale di questo"St.Vincent".
Faccio un esempio anche delle qualità compositive di Annie Clark citando l'ultimo brano in scaletta, la splendida "Severed Crossed Fingers" - degna conclusione di un LP d'impatto fatto di ritmi convulsi e scatti improvvisi, di voci corali sovrapposte e composto quasi solo da refrain killer.
Il brano può essere interpretato anche come un racconto delle difficoltà di vivere grazie alla musica eppure i suoi significati sono molteplici. Nella scrittura di St.Vincent c'è una polisemia sempre presente che consente a chiunque di calarsi nelle atmosfere che quest'artista tesse:
"When you're calling ain't calling back to you
I'll be side stage, mouthing lines for you
Humiliated by age, terrified of youth
I got hope but my hope isn't helping you"
Un album splendido, dunque, pieno di spunti di riflessione e picchi ritmici di cui non ci si stancherebbe mai. Il massimo che si possa desiderare.
Tracklist:
1. Rattlesnake
2. Birth In Revers
3. Prince Johnny
4. Huey Newton
5. Digital Witness
6. I Prefere Your Love
7. Regret
8. Bring Me Your Loves
9. Psychopath
10. Every Tear Desappears
11. Severed Crossed Figers
martedì 14 gennaio 2014
*Best of 2013: indie chart*
Eccomi ancora qua a piagarvi gli zebedei.
Questa è la seconda chart dedicata ai Best del 2013 tra le uscite indie. Anche qui ho cercato disperatamente di essere il più stringata possibile per cui, come per la volta scorsa, in classifica troverete solo 5 album (+1).
Pronti ad avvelenarvi il sangue?
*top 5 Indie Chart +1*
5. Diane Birch -- "Speak A Little Louder": già vi avevo parlato di lei e se aveste fatto bene i compitini a casa, lo sapreste per certo che attendevo questo secondo album con impazienza.
Se con il primo lavoro ci si trovava davanti a un'opera ispirata dal soul/gospel anni '60, qui la Birch ci catapulta negli anni '80. I cori trash e le tastiere psichedeliche alla Depeche Mode sottolineano un gusto per il vintage che non si ferma solo al genere con cui Diane è cresciuta e con cui ha debuttato.
La capacità di muoversi tra più generi c'è; quella di produrre un lavoro mainstream e che la faccia conoscere al grande pubblico ancora no.
Vintage.
4. The Strokes --"Comedown Machine": ho già ampiamente elogiato Casablancas e soci in una precedente recensione. Che dire? Nessuno, per tutto l'anno, li ha scalzati dai miei ascolti indie quotidiani.
Alla faccia.
3. HAIM -- "Days Are Gone": quanto canta male Danielle dal vivo lo sa solo il signoreiddionostro, ma suona abbastanza bene la chitarra perché io possa perdonarla.
Questo full-lenght mi piace e le tre sorelle HAIM, nel complesso, hanno dello stile e dell'energia nonché delle idee per un indie-pop di classe. "Let me go", penso di averla ascoltata un quadrilione di volte. E poi, puoi fare ambarabàciccìcoccò per scegliere la sorellina preferita (io adoro Este). Sono comunque poli-strumentiste e si sono fatte rispettare all' iTunes Festival di Londra a cui partecipa un sacco di gente giusta introdotta da artisti molto poco mainstream (in Italia, eh, sia ben chiaro).
2. Austra -- "Olympia": ho adorato questo album electro-indie e l'ho ascoltato più e più volte con rinnovato stupore per ogni dettaglio che coglievo nel tappeto musicale che compone ogni brano. E' la quintessenza dell'essere hipster: cantante dai capelli rossi vestita in modo molto cool che registra un album con altri tizi altrettanto cool e hipster quanto lei. Ma, accidenti, l'album è riuscito. Lei ha una voce che passa dal registro soave a quello potente in pochi fraseggi e non è mai fuori posto. I brani mantengono sempre un livello piuttosto alto a metà tra il il folk nordico, tanto sono rarefatte le immagini che vengono evocate, e la wave più underground. Il risultato è un LP potente, più convincente di altri usciti nello stesso periodo (dato che sembra che il genere piaccia molto ad hipsterlandia), mai noioso e variegato. Ho apprezzato tanto di più gli Austra ai The Knife, per esempio, perché risultano essere meno cervellotici e molto più facili da interpretare.
1. James Blake -- "Overgrown": ho letteralmente consumato quest'album. La custodia è completamente graffiata e il booklet, mezzo sgualcito. Mi sono sperticata in complimenti in questa recensione.
Da allora, nulla è cambiato.
Sul +1 ho avuto il non-plus-ultra delle difficoltà: non sapevo scegliere. E' stata veramente una lotta alla pari.
Ma alla fine hanno vinto i Vampire Weekend con il loro "Modern Vampires of the City".
In questo album ci sono tutti i dogmi e i crismi della musica alternativa, concentrati in dodici brani consumabili in pochi minuti. I Vampire Weekend sono dei pionieri e dei baluardi del genere indie capaci di passare dalle sonorità più spensierate, quelle che li hanno fatti conoscere alla "A-Punk" o "Cape Code Kwassa Kwassa" o ancora alla "Horchata", a sound più oscuri - come in quest'ultimo LP. I ragazzi sono cresciuti, e in questo lavoro si sente.
L'altro album candidato era quello di Anna Calvi, "One Breath", che essendo bello da togliere il fiato non poteva comunque non essere citato. Ho parlato di lei, qui.
Buon 2014 a tutti :)
Questa è la seconda chart dedicata ai Best del 2013 tra le uscite indie. Anche qui ho cercato disperatamente di essere il più stringata possibile per cui, come per la volta scorsa, in classifica troverete solo 5 album (+1).
Pronti ad avvelenarvi il sangue?
*top 5 Indie Chart +1*
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| Diane Birch -- Speak A Little Louder |
5. Diane Birch -- "Speak A Little Louder": già vi avevo parlato di lei e se aveste fatto bene i compitini a casa, lo sapreste per certo che attendevo questo secondo album con impazienza.
Se con il primo lavoro ci si trovava davanti a un'opera ispirata dal soul/gospel anni '60, qui la Birch ci catapulta negli anni '80. I cori trash e le tastiere psichedeliche alla Depeche Mode sottolineano un gusto per il vintage che non si ferma solo al genere con cui Diane è cresciuta e con cui ha debuttato.
La capacità di muoversi tra più generi c'è; quella di produrre un lavoro mainstream e che la faccia conoscere al grande pubblico ancora no.
Vintage.
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| The Strokes -- Comedown Machine |
Alla faccia.
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| HAIM -- Days Are Gone |
Questo full-lenght mi piace e le tre sorelle HAIM, nel complesso, hanno dello stile e dell'energia nonché delle idee per un indie-pop di classe. "Let me go", penso di averla ascoltata un quadrilione di volte. E poi, puoi fare ambarabàciccìcoccò per scegliere la sorellina preferita (io adoro Este). Sono comunque poli-strumentiste e si sono fatte rispettare all' iTunes Festival di Londra a cui partecipa un sacco di gente giusta introdotta da artisti molto poco mainstream (in Italia, eh, sia ben chiaro).
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| Austra -- Olympia |
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| James Blake -- Overgrown |
Da allora, nulla è cambiato.
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| Vampire Weekend -- Modern Vampires of the City |
Ma alla fine hanno vinto i Vampire Weekend con il loro "Modern Vampires of the City".
In questo album ci sono tutti i dogmi e i crismi della musica alternativa, concentrati in dodici brani consumabili in pochi minuti. I Vampire Weekend sono dei pionieri e dei baluardi del genere indie capaci di passare dalle sonorità più spensierate, quelle che li hanno fatti conoscere alla "A-Punk" o "Cape Code Kwassa Kwassa" o ancora alla "Horchata", a sound più oscuri - come in quest'ultimo LP. I ragazzi sono cresciuti, e in questo lavoro si sente.
L'altro album candidato era quello di Anna Calvi, "One Breath", che essendo bello da togliere il fiato non poteva comunque non essere citato. Ho parlato di lei, qui.
Buon 2014 a tutti :)
lunedì 30 dicembre 2013
*Best of 2013: pop chart*
Il difficile è essere costanti e portare avanti un blog, anche se infarcito di cavolate e aggiornato una volta ogni milleduecento anni, è dura. Trovare argomenti nuovi o anche solo trovare tempo per scriverne, non è roba da poco.
Che si tratti di musica, di libri (che ultimamente non ho tempo di leggere), mantenere l'esercizio di scrittura è davvero, davvero, davvero difficile.
Durante il 2013 avrò pubblicato sì e no una ventina di articoli e tutti traballanti sia per struttura che per argomenti.
Quindi, chapeau a chi riesce a portare avanti quotidianamente un blog anche lavorando fuori tutto il giorno: invidio la capacità d'essere multitasking che 'manco la dea Kalì.
Comunque, vorrei dedicare spazio alla classifica di fine anno ma questa volta, la voglio dividere in due: "pop chart" e "indie chart".
Dato che ho smesso di darmi arie da hipter radicale, ho deciso che se volevo essere veramente diversa avrei dovuto dedicare attenzione anche alla corrente pop della musica e quest'anno voglio dedicare una classifica anche a chi della musica di nicchia, non frega niente.
Tra l'altro, voglio attingere al mio nuovissimo potere riassuntivo e accorciare entrambe le classifiche che saranno da 5 album l'una (anche se è stata durissima ridurre all'osso e quindi scegliere il meglio del meglio).
*top 5 Pop Chart+1*
5. Gabrielle Aplin -- "English Rain": bellissimo album, niente da dire. Particolarmente adatto da ascoltare in questo periodo dell'anno uggioso e freddo.
Qui la mia recensione.
4. Lorde -- "Pure Heroine": ok, è piuttosto di nicchia per essere considerato un album pop ma, andiamo, queste sono sonorità più hip hop che trip hop. Più disco che soul. Più "vorrei tanto essere hipster ma sono mainstream in modo quasi teatrale". Comunque, adoro questa ragazzina e trovo il suo talento promettente quindi, la premio per essere una nuova leva di qualità. Certo è che "Royals" ti entra in zucca e non ti molla più per giorni. Virale.
3. Birdy -- "Fire Within": a metà tra Florence Welch e Bon Iver ci sta lei, Birdy (aka Jasmine Van Den Bogaerde). Una fanciulla biondina e dal viso d'angelo che ha deciso di seguire strade diverse da quelle battute (!), da certe sue colleghe semi-coetanee. Da apprezzare per il coraggio di andare controcorrente e da sostenere per le capacità compositive. Birdy suona il piano e scrive da sola le liriche dei suoi pezzi. Questo suo secondo lavoro, che segue il precedente album di debutto interamente costituito da cover, è un alternarsi di brani power-pop e di ballate al pianoforte che mostrano l'animo di sognatrice di questa sedicenne inglese.
Anche quest'anno, si riconferma un ascolto tra i miei preferiti.
2. Beyoncé Knowles - "BEYONCE'": qualcosa da ridire? Avete qualche lamentela? Non vi sta bene la chart? Andate a lamentarvi da un'altra parte! Così vi risponderebbe la signora Knowles - ehm, Carter.
Per quanto mi piaccia la produzione del suo dolce maritino (Jay-Z per chiunque sia appena atterrato dalla luna), lei lo batte su tutta la linea. E' una tosta ma vende. Insomma, vende senza perdere di credibilità e questo lo sanno fare veramente in pochi. L'ultimo lavoro, uscito il 13 dicembre scorso, è veramente ben fatto. Qualità assoluta senza perdere mai di vista le vendite e i numeri.
C'è chi lo ha definito un album più intimo e ben più convincente dei precedenti e c'è chi ha gridato all'eresia.
Personalmente già al primo ascolto, l'ho trovato un ottimo album pop. Godibile anche perchè più profondo e meno danzereccio dei predecessori. Qualità.
1. Justin Timberlake -- "The 20/20 Experience" part 1 e part 2: un genio, nient'altro da aggiungere.
La recensione completa.
+1: come potevo non citare Katy Perry? Con "Prism", ha fatto boom di vendite: zucchero filato e caramelle alla cannella sono la ricetta di base di questo nuovo lavoro della cantante americana. A differenza di Lady Gaga questa donzella sa come rimanere sulla cresta dell'onda. E poi è gnocca, se non vende lei chi altri mai potrebbe? Flower Power!
Alla prossima per la classifica dedicata alle uscite indie.
Che si tratti di musica, di libri (che ultimamente non ho tempo di leggere), mantenere l'esercizio di scrittura è davvero, davvero, davvero difficile.
Durante il 2013 avrò pubblicato sì e no una ventina di articoli e tutti traballanti sia per struttura che per argomenti.
Quindi, chapeau a chi riesce a portare avanti quotidianamente un blog anche lavorando fuori tutto il giorno: invidio la capacità d'essere multitasking che 'manco la dea Kalì.
Comunque, vorrei dedicare spazio alla classifica di fine anno ma questa volta, la voglio dividere in due: "pop chart" e "indie chart".
Dato che ho smesso di darmi arie da hipter radicale, ho deciso che se volevo essere veramente diversa avrei dovuto dedicare attenzione anche alla corrente pop della musica e quest'anno voglio dedicare una classifica anche a chi della musica di nicchia, non frega niente.
Tra l'altro, voglio attingere al mio nuovissimo potere riassuntivo e accorciare entrambe le classifiche che saranno da 5 album l'una (anche se è stata durissima ridurre all'osso e quindi scegliere il meglio del meglio).
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| Gabrielle Aplin--English Rain |
5. Gabrielle Aplin -- "English Rain": bellissimo album, niente da dire. Particolarmente adatto da ascoltare in questo periodo dell'anno uggioso e freddo.
Qui la mia recensione.
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| Lorde--Pure Heroine |
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| Birdy--Fire Within |
Anche quest'anno, si riconferma un ascolto tra i miei preferiti.
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| Beyoncé--Beyoncé |
Per quanto mi piaccia la produzione del suo dolce maritino (Jay-Z per chiunque sia appena atterrato dalla luna), lei lo batte su tutta la linea. E' una tosta ma vende. Insomma, vende senza perdere di credibilità e questo lo sanno fare veramente in pochi. L'ultimo lavoro, uscito il 13 dicembre scorso, è veramente ben fatto. Qualità assoluta senza perdere mai di vista le vendite e i numeri.
C'è chi lo ha definito un album più intimo e ben più convincente dei precedenti e c'è chi ha gridato all'eresia.
Personalmente già al primo ascolto, l'ho trovato un ottimo album pop. Godibile anche perchè più profondo e meno danzereccio dei predecessori. Qualità.
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| JT -- The 20/20 experience - part 2 |
La recensione completa.
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| Katy Perry -- Prism |
Alla prossima per la classifica dedicata alle uscite indie.
venerdì 18 ottobre 2013
Justin Timberlake, "The 20/20 Experience, part 2 of 2" - Recensione
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| JT -- The 20/20 Experience part 2 of 2 (Deluxe) |
voto: **** 1/2
A pochi mesi dall'uscita della prima parte, ecco arrivare la part 2 of 2.
Ancora non mi ero stancata pienamente del fratello maggiore di questo LP ma ero esageratamente curiosa di sapere cosa avrebbe proposto JT in questo secondo tempo.
Tutti a chiedersi cosa ne sarebbe venuto fuori: una serie di scarti dalla prima parte? Una manciata di canzoni abbozzate e dalla scarsa qualità tanto per cavalcare l'onda del successo scaturita dal primo?
Ciò che invece ci ritroviamo per le mani (noi che ancora abbiamo la bella abitudine di comprare i CD originali), è un'onorevole seconda tranche che prosegue ideologicamente la prima - e il ponte perfetto tra le due è il singolone "Take Back The Night" - e che non tradisce la qualità e la cura che erano state caratteristica principale della part 1.
Alla produzione troviamo sempre Timbo e la stessa voglia di sbizzarrirsi; quello lievemente cambiato è proprio Timberlake che qui s' allontana un po' dall'immagine di crooner in completo suit&tie, per proporre il suo lato più notturno, quello con più voglia di ballare e meno ingessato... quello senza il papillon, insomma!
L'album si apre alla grande con la tripletta "Gimme What I Don't Know (I Want)", "True Blood" (citazioni vampiresche a parte), e "Cabaret"; quest'ultima è la chiusura perfetta di un trio di brani niente male che nascono proprio con lo scopo di far ballare l'ascoltatore. Qualcuno ha criticato l'esagerata lunghezza di "True Blood" (9 minuti e 32 secondi), ma personalmente apprezzo l'ideologia alla base di canzoni tanto lunghe: in quest'epoca in cui il pop è più usa e getta che mai, perché non creare qualcosa di commerciale ma che può essere goduto comunque con la massima calma e attenzione?
Segue "TKO", secondo singolo estratto erede di "Mirrors". In questo pezzo ci si avvicina maggiormente a sonorità hip-hop pur non trascurando quella che è stata fino adesso la produzione di Timberlake.
Non si può ignorare nell'ascolto "Take Back The Night", un omaggio alla soul music anni '70 per poi cambiare registro con "Murder" - decisamente molto più di ispirazione ghetto style e tanto più oscura (dove un ironico Jay-Z se la prende con la pussy di Yoko Ono, addossandole le cause della separazione dei Beatles).
"Drink You Away", è la variazione al tema: chitarra acustica, dinamiche soul-blues per un brano dal ritmo incalzante ma che in realtà parla della fine di una storia che il protagonista non riesce a dimenticare nemmeno grazie a litri d'alcol.
Uno dei brani migliori, davvero.
Da applausi ci sono però, "Amnesia" (adoro quando Justin e Timbaland si cimentano con sonorità old style), e "Only When I Walk away". Quest'ultima, come ormai è stato sbandierato da tutte le parti, è stata campionata da un brano anni '70 dell'italianissimo Amedeo Minghi, ma è il risultato finale quello che conta: un godibilissimo pezzo pop con influenze rock (ma solo influenze, eh), e un finale da stadio con vuvuzela annesse.
Entrambi i brani sono la dimostrazione che quando Timberlake e Timbaland si cimentano nell'attualizzazione di sonorità vintage, riescono sempre a centrare il bersaglio.
Il finale viene affidato a "Not A Bad Thing"+"Pair Of Wings" (hidden track), che riassumono quello che in sostanza è stato il periodo passato con gli 'N Sync ma ri-attualizzato alla sensibilità dell'odierno JT.
Non sono due tracce propriamente in linea con quanto si è ascoltato fino adesso (in entrambi i dischi), dove ritmi soul e caratterizzazioni cupe sono matrice da cui si sviluppa tutto il lavoro ma non nascondo che, per quanto non rientrino tra i miei brani preferiti, smorzano decisamente l'atmosfera e permettono di ricominciare l'ascolto senza troppi intoppi o la sensazione che l'album non si sia mai concluso.
Dunque, tiriamo le somme come promisi nella recensione della prima parte di "The 20/20 Experience" (qui: http://loveformusicandbooks.blogspot.it/2013/04/the-2020-experience-recensione-justin.html).
Sommati, gli album raggiungono un livello davvero ottimo; un po' per la quantità esagerata di brani inediti rilasciati - 22 in meno di un anno non sono roba da poco - e dunque nella quantità è facile si nasconda la qualità per uno come Timberlake.
Un po' per la cura maniacale con cui entrambi gli LP sono stati prodotti: non una sbavatura, non un pezzo fuori posto.
Certo, presi singolarmente alcuni brani possono non convincere ma ascoltando i due album uno di seguito all'altro - ed è per questo che Timberlake ha rilasciato una versione completa intitolata "The 20/20 Experience - The Complete Experience" - si evince chiaramente l'intenzione di fondo che prevede l'omogeneità totalitaria dei due lavori.
Ciò che Timberlake e Timbaland volevano mettere a segno era una contro-mossa che li riconfermasse signori assoluti del soul e dell'Rn'B moderni: se "FutureSex /LoveSound", possedeva le sonorità futuristiche da cui poi tutti hanno tratto ispirazione del corso degli ultimi sette anni, "The 20/20 Experience" - parte 1 e 2 - dimostra quanto sia ancora possibile lavorare con sonorità vintage - idee vintage - e riproporre un lavoro comunque moderno e coinvolgente. Di classe, godibile e raffinato come pochi altri.
Per tutte queste ragioni si può quasi dire che ci troviamo di fronte al miglior album pop del 2013.
Per chiarezza, riporto le varie versioni uscite nel corso dell'anno di entrambe le due parti.
"The 20/20 Experience"
"The 20/20 Experience - part 2 of 2"
"The 20/20 Experience - The Complete Experience"
Etichette:
musica,
nuove uscite,
pop,
Rn'B,
soul
Ubicazione:
Forlì FC, Italia
sabato 7 settembre 2013
Diane Birch, "Bible Belt" - Recensione
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| Diane Birch - Bible Belt |
Questa giovane pulzella nata nel Michigan ma che ha poi vissuto nelle città di mezzo mondo, è un piccolo talento della soul music.
E' bianca, è già questo è strano, e modaiola che la rende un prodotto poco vendibile come fiore all'occhiello del genere soul/gospel.
Eppure è una che di musica gospel ne ha ascoltata parecchia, senza contare le influenze soul e blues ché anche quelle sono state numerose (ascoltare per credere la scelta di cover che compaiono nell'EP "The Velveteen Age").
E' una cantautrice che all'estero ha ottenuto poco mercato, rimanendo artista di nicchia per i pochi intenditori in madre patria. Eppure Diane Birch nel 2009 pubblicava questo "Bible Belt", che come opera prima si faceva notare sotto molti punti di vista.
Primo fra tutti, la vocalità della Birch che accosterei a moltissime artiste del passato ma che trova pochi paragoni nel presente soprattutto per la grande capacità di dare un tocco di modernità a un genere polveroso come questo. In ogni caso, una voce calda e che non ha timore di sfiorare le note più basse come quelle alte e che ti accompagna dolcemente e piacevolmente lungo tutto il cammino.
Le capacità compositive sono un altro punto a favore; Diane sforna pezzi dal ritmo travolgente ("Valentino", "Fools", "Dont' Wait Up"), e li alterna a brani dolcissimi ("Fire Escape", "Rewind"), che canta con un trasporto percepibile mentre il brano gira ininterrottamente nell'iPod. Oppure ti sorprende con un pezzo che inizia come una ballata romantica e che sembra seguire il solito schema strofa-ritornello-ponte-ritornello e invece termina con in coda due minuti e mezzo di puro gospel ("Photograph"), o con un brano che sembra fuoriuscito direttamente dal repertorio dei The Doors ("Choo Choo"), con quelle tastiere acide di cui senti la nostalgia ogni giorno da quando Jim Morrison se n'è andato.
Le lyrics sono un'altro punto di forza di questo bel lavoro; mature e pulite eppure non scontate come nel piccolo capolavoro di "Forgivness", dove la Birch si esprime al meglio e con chiarezza disarmante in poche parole: "Your love, no ain't worth coursin'. Your heart ain't worth hurtin' ".
E allora perché quattro stelle e non cinque? Semplicemente perché è un LP di debutto e non è detto che lo stile di Birch abbia finito di evolversi e non è detto che la ragazza non possa cedere alle tentazioni del libero mercato e decidere di darsi a qualcosa di più pop (spero non all'ippica, invece).
Da ascoltare in abbinamento al già sopra citato EP, "The Velveteen Age", che è da considerarsi il backfire di questo "Bible Belt".
The Civil Wars, "The Civil Wars"- Recensione
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| The Civil Wars - The Civil Wars |
Dopo essersi affermati nel panorama musicale più indipendente e tra i cultori del genere country-folk con un album d'esordio acclamato anche dalla critica, il duo The Civil Wars ritorna con un LP omonimo.
I colori plumbei della copertina sono una sorta di biglietto da visita che introduce al meglio il mood di questo album, oscuro e intimista.
Ma il font delicato utilizzato per scriverne il titolo, lascia intendere che la dolcezza di fondo non se n'è andata.
Un lavoro agro-dolce dunque, quello che ascoltiamo brano dopo brano; un album che inizia con quello squarcio di dolore che è "The One That Got Away" (il brano che più strizza l'occhio al folk-blues dell'intero pacchetto), ed è subito seguito da "I Had Me a Girl" - piccolo gioiellino di blues acustico il cui attacco ricorda inesorabilmente lo stile Black Keys.
Con "Same Old Same Old", arriva la tristezza vera, quella che non ti lascia nemmeno dopo essere passati al brano successivo; una "Dust to Dust" che coglie i Nostri in piena forma.
Uno dei veri gioielli dell'album rimane "From The Valley", imbattibile nell'esprimere all'ennesima potenza l'anima country-folk di Joy Williams e John Paul White. Seguita a ruota da una "Devil's Backbone" che a mio parere, è da brividi.
A livello stilistico e tecnico non siamo di fronte a un LP complesso - proprio come nelle intenzioni del duo - ma abbiamo una serie di brani suonati principalmente in acustica, come vuole la tradizione country, perlopiù arricchiti da accordi in elettrica e da una batteria comunque poco preponderante. E' sul piano canoro che i The Civil Wars si esprimono al meglio, raggiungendo livelli di emozione molto alti e dove riescono a sfaccettare ulteriormente i loro brani cantautorali.
A tratti questo album appassiona, veramente, mentre quando lo si ascolta con poca attenzione si rischia di perdere la concentrazione necessaria per assorbire un lavoro così intimista e profondo. In ogni caso, è assolutamente consigliato agli appassionati del genere.
Ascolti consigliati: "The One That Got Away", "I Had Me a Girl", "Same Old Same Old", "Devil's Backbone", "From The Valley", "Oh, Henry".
mercoledì 5 giugno 2013
She & Him, "Volume 3" - Recensione
voto ** 1/2
Ok, forse con il voto sono stata un po' cattiva. E' impossibile non adorare gli She & Him, duo americano molto alternativo capitanato dalla bella Zooey Deschanel accompagnata dall'inseparabile Matt Ward. Zuccherosi e svenevoli fino al tracollo. Di chi ascolta.
Appunto.
Seriamente, la loro ultima fatica,"Volume 3" (che fa seguito a un "Volume One" e a un "Volume Two", perché i ragazzi hanno molta fantasia), non è così disprezzabile come si potrebbe capire da questo incipit. Eppure non mi convince appieno.
Per chi non li conoscesse, è facilmente interpretabile dalla copertina qui accanto che il duo in esame tratta materiale vintage. Molto vintage. Non che sia per forza un male - io sono fanatica del vintage, per esempio.
Il problema fondamentale a mio avviso è che l'album manca di inventiva. E' esplicitamente, palesemente, dichiaratamente, il seguito degli album precedenti, nonché riconferma dello status di cantori di canzoni "d'ammmore" anni '60.
Non che sia un male, ripeto, ma arrivata alla traccia numero quattro - "I Could've Been Your Girl" - non ce la faccio più e devo interrompere l'ascolto per pericolo diabete in agguato dietro l'angolo.
Lo riprendo dopo un po' di tempo, magari qualche ora in cui sono riuscita a depurare il mio organismo, e riesco ad arrivare fino alla fine.
Al che mi accorgo che non è affatto un prodotto fatto male e tirato via e che qualche cosa di interessante ce l'ha. La produzione è ottima e molto raffinata. Zooey non è mai stata una gran chanteuse, ma è proprio questo il suo fascino.
Allora cosa è andato storto? Niente, questo è il punto: sembra il compito in classe del secchione di turno che si cimenta in una ricerca sui sound che hanno caratterizzato il rock bianco degli anni '50 e'60, con qualche incursione negli anni '70.
Troppo perfetto, troppo di plastica in tutta la sua dolcezza disarmante.
Le lyrics di Zooey si fanno più mature ma parlano quasi sempre della stessa cosa: "I've Got You're Number, Son", omaggio al surf-rock dei Beach Boys. La malinconica "Turn To White" e la baldanzosa "Somebody Sweet To Talk To". Immaginate un po' di che cosa parlano?
Le cover si salvano, come "Baby" o "Sunday Girl", e c'è perfino qualche guizzo di originalità con una spruzzatina di jazz a far capolino come un clandestino beccato allo sbarco senza documenti: "London", è forse il momento più alto dell'album e il più ispirato della Deschanel.
"Hold Me, Thrill Me, Kiss Me" è Elvis Presley 2.0 ma apprezzabile come una vagonata di zucchero filato assunto nell'arco di un intero pomeriggio.
E quel "Reprise (I Could've Been Your Girl)": dopo il primo minuto di "Uhuhuhuhuh", ci ho rinunciato e ho fatto ripartire l'album dalla traccia numero uno.
Le tre stelline non potevo darle, proprio per coerenza morale. Nonostante ci troviamo tra le mani un album, come già detto, dalla fattura pregiata.
E nonostante io adori questo duo e ogni tanto passi il tempo a fantasticare sulle note dei loro brani - in estate e durante i lunghi viaggi in macchina sono ottimi - non posso comunque dire che gli She & Him si siano impegnati troppo.
Ascolti consigliati; "I've Got Your Number, Son", "I Could've Been Your Girl", "Snow Queen", "Sunday Girl", "London".
Hope Valentine.
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| She & Him - Volume 3 |
Ok, forse con il voto sono stata un po' cattiva. E' impossibile non adorare gli She & Him, duo americano molto alternativo capitanato dalla bella Zooey Deschanel accompagnata dall'inseparabile Matt Ward. Zuccherosi e svenevoli fino al tracollo. Di chi ascolta.
Appunto.
Seriamente, la loro ultima fatica,"Volume 3" (che fa seguito a un "Volume One" e a un "Volume Two", perché i ragazzi hanno molta fantasia), non è così disprezzabile come si potrebbe capire da questo incipit. Eppure non mi convince appieno.
Per chi non li conoscesse, è facilmente interpretabile dalla copertina qui accanto che il duo in esame tratta materiale vintage. Molto vintage. Non che sia per forza un male - io sono fanatica del vintage, per esempio.
Il problema fondamentale a mio avviso è che l'album manca di inventiva. E' esplicitamente, palesemente, dichiaratamente, il seguito degli album precedenti, nonché riconferma dello status di cantori di canzoni "d'ammmore" anni '60.
Non che sia un male, ripeto, ma arrivata alla traccia numero quattro - "I Could've Been Your Girl" - non ce la faccio più e devo interrompere l'ascolto per pericolo diabete in agguato dietro l'angolo.
Lo riprendo dopo un po' di tempo, magari qualche ora in cui sono riuscita a depurare il mio organismo, e riesco ad arrivare fino alla fine.
Al che mi accorgo che non è affatto un prodotto fatto male e tirato via e che qualche cosa di interessante ce l'ha. La produzione è ottima e molto raffinata. Zooey non è mai stata una gran chanteuse, ma è proprio questo il suo fascino.
Allora cosa è andato storto? Niente, questo è il punto: sembra il compito in classe del secchione di turno che si cimenta in una ricerca sui sound che hanno caratterizzato il rock bianco degli anni '50 e'60, con qualche incursione negli anni '70.
Troppo perfetto, troppo di plastica in tutta la sua dolcezza disarmante.
Le lyrics di Zooey si fanno più mature ma parlano quasi sempre della stessa cosa: "I've Got You're Number, Son", omaggio al surf-rock dei Beach Boys. La malinconica "Turn To White" e la baldanzosa "Somebody Sweet To Talk To". Immaginate un po' di che cosa parlano?
Le cover si salvano, come "Baby" o "Sunday Girl", e c'è perfino qualche guizzo di originalità con una spruzzatina di jazz a far capolino come un clandestino beccato allo sbarco senza documenti: "London", è forse il momento più alto dell'album e il più ispirato della Deschanel.
"Hold Me, Thrill Me, Kiss Me" è Elvis Presley 2.0 ma apprezzabile come una vagonata di zucchero filato assunto nell'arco di un intero pomeriggio.
E quel "Reprise (I Could've Been Your Girl)": dopo il primo minuto di "Uhuhuhuhuh", ci ho rinunciato e ho fatto ripartire l'album dalla traccia numero uno.
Le tre stelline non potevo darle, proprio per coerenza morale. Nonostante ci troviamo tra le mani un album, come già detto, dalla fattura pregiata.
E nonostante io adori questo duo e ogni tanto passi il tempo a fantasticare sulle note dei loro brani - in estate e durante i lunghi viaggi in macchina sono ottimi - non posso comunque dire che gli She & Him si siano impegnati troppo.
Ascolti consigliati; "I've Got Your Number, Son", "I Could've Been Your Girl", "Snow Queen", "Sunday Girl", "London".Hope Valentine.
venerdì 10 maggio 2013
James Blake, Overgrown -- Recensione
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| James Blake--Overgrown |
Eh già, ho tutte le intenzioni di osannare questo LP.
Incuriosita dalla recensione negativissima e pesantissima assegnata da Rolling Stone Italia, ho voluto ascoltare anche io questo album tanto per capire se dovevo aggiungermi al coro dei "A morte!!", oppure no.
Invece sono rimasta imbrigliata nella rete emotiva che James Blake costruisce; impigliata senza possibilità di tornare indietro e mai pentita di avere fatto una passo verso l'ignoto.
Ignoto perché ammetto che mi ero persa il suo album d'esordio del 2011, osannato dalla critica come un masterpiece (eh, abbiate pazienza; non faccio il mestiere di critico musicale e non sono neanche lontanamente dell'ambiente per cui le mie possibilità di venire a conoscenza di nuove uscite è assai limitata), tanto che si sono dovuti inventare un nuovo nome per definire la musica di questo giovane musicista: post-dubstep (-soul).
Comunque, se vi lascerete trascinare all'interno di questo LP intenso, muscolare, studiato fino al dettaglio più insignificante, cerebrale ma liberatorio allo stesso tempo, non ve ne pentirete.
Fin dal primo brano - la title track Overgrown - la voce ambivalente di James Blake trasmette intensità e intenzione; alti e bassi - anzi, altissima catarsi e bassissima introspezione - desolazione dell'anima e beat malinconici.
Un uso della voce classicamente soul che si mescola a suoni elettronici perfetti, pieni e corposi.
Life Around Here per esempio, ha una base simil trip-hop su cui scorre la voce vellutata di Blake che ti accarezza l'anima con fraseggi e costruzioni vocali puramente soul-gospel.
Si passa da intricate realtà psicologiche dettate da beat e registrazioni in loop di schemi vocali strazianti, a brani semplici dove è il pianoforte a primeggiare perfino sulla voce; come in Dlm che scorre con amarezza e solida tristezza.
Oppure To the Last, che è emotivamente perfetta: la vocalità di Blake si avvicina in maniera pericolosa a quell'intensità propria di un'interpretazione di Antony Hegarty o di un ispiratissimo Bon Iver.
Lentamente si scivola verso la dolce e pacata conclusione di questo album che nella versione Deluxe si conclude con una Every Day I Ran; qui c'è più caos, il disagio di chi vive da disadattato è palpabile. Sembra un esorcismo, potrebbe suggerire disordine e perdizione ma nella quasi totale mancanza di lyrics sensate e compiute e nella sistematicità dei beat, l'ordine c'è eccome.
Sperimentazione coraggiosa anche nelle collaborazioni presenti in questo full-length: Take a fall for Me, è un mezzo demone con cui combattere. Prima delle due collaborazioni presenti nell'LP, è forse il brano meno collocabile perché spezza un po' l'andamento generale dell'album. Il featuring di RZA (leader di fatto del Wu Tang Clan), è un hip-hop sintetizzato, sommesso e non troppo di classe come invece arriva all'orecchio il resto del lavoro di Blake.
Mentre l'altra collaborazione dell'LP è quella con Brian Eno, che ho preferito: Digital Lion è una sorta di danza tribale claustrofobica composta da quattro minuti intensi, metodicamente perfetti fatti di sinth e un' alternanza di voce e post-dubstep ridotto all'osso.
Dopo averlo ascoltato un paio di volte ho ben capito perché chi ama il rock puro e crudissimo - e soprattutto non ha la mente abbastanza aperta ma rimane fossilizzato su preconcetti dell'era mesozoica - non possa apprezzare un album di questo calibro:
troppo introspettivo, troppo lento e troppo studiato nel dettaglio per chi apprezza i sound immediati e molto più istintivi del rock n' roll (che è poi lo stesso mondo da cui "provengo" io).
Eppure le persone che lo hanno stroncato sono le stesse che magari osannano Nick Drake, morto forse suicida giovanissimo e cantautore dell'introspezione e dell'emotività più cupa.
Io sono convintissima invece che scegliere percorsi alternativi sia tutt'altro che una mossa logica o studiata a tappeto ed è per questo che nonostante tutta la ricerca, la preparazione pre-registrazione, io riesca a vedere l'immediatezza e la genuinità di questo ragazzo che riesce a esprimersi solo mescolando generi all'apparenza opposti, in un nuovo modo di comunicare e fare musica.
Ascolti consigliati: "Overgrown", "I Am Sold", "Life Around Here", "Retrograde", "To the Last" e "Our Love Comes Back".
Hope Valentine.
mercoledì 17 aprile 2013
Paramore--Paramore, recensione. "Some of us have to grow up sometimes, and so, if I have to, I'm gonna leave you behind"
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| Paramore--Paramore |
Ho voluto inserire nel titolo questo verse del brano Grow Up, perché emblematico della nuova produzione della band pop-punk americana Paramore.
Dal 2009, anno di pubblicazione del loro ultimo album - l'acclamatissimo dai fan e premiatissimo in quanto a vendite, Brand New Eyes - non si erano più fatti sentire con nulla di nuovo. Solo qualche live sporadico, qualche versione acustica di vecchi brani e singoli inediti qua e là per quietare le masse scalpitanti di teenagers affranti. Separatisi e poi riformatisi, sopravvissuti al ciclone del successo, cresciuti ma non troppo e con una formazione di nuovo ben salda, sono tornati per farci scatenare ancora una volta.
Che il loro intento sia quello di fare capire agli ascoltatori che sono cresciuti e sono riusciti a passare sopra alla scissione del gruppo, è chiaro fin dal primo brano, Fast In My Car, dove cercano disperatamente di prendere le distanze da quella che è stata la loro produzione fino ad ora. Nel caso fosse proprio così e non un mio viaggio: epic fail, devo dire. Il brano nel complesso è piacevolissimo e dal ritmo incalzante ma non fa così tanto la differenza come vorrebbe la band per quanto siano apprezzabili i riferimenti nel testo ad album del passato come Riot, come a voler sottolineare il passo avanti fatto.
Segue l'ormai noto singolo Now, dalle tematiche un po' più mature e dalla chitarre un po' più incazzose, ma dalla ritmica ri-trita e dalla produzione un po' piatta.
Grow Up, eccola alla posizione numero tre a fare da spartiacque: nulla di strepitoso - lineare come solo un brano pop-punk può essere (!) - ma molto piacevole soprattutto perché da qui in poi comincia a risaltare il miglioramento fatto dalla voce di Haley Williams che diventa sempre più brava ogni anno che passa.
Alla numero quattro troviamo una canzone molto "paramoriana"; una Daydreaming ambientata nella Los Angeles in cui la band si è trasferita da qualche tempo a questa parte e da cui ha ricominciato da zero. Molto simbolico, devo dire.
Cominciano le sorprese con Interlude: Moving On... un ukulele?! Ma sono diventata sorda io oppure si tratta veramente di uno strumento totalmente inedito per questa band? Scherzi a parte, questo piccolo intermezzo che poi proseguirà con delle ideoligiche parti II e III (Holiday e I'm Not Angry Anymore), non hanno un senso logico particolare. La loro presenza è giustificata dal fatto che fanno raggiungere all'intero LP quota ben 17 inediti, e spezzano un po' il ritmo generale dell'opera che tra alti e bassi caracolla lentamente verso il finale. Al momento li trovo piacevoli e non fastidiosi o inutili, la loro funzione è puramente di intrattenimento e non hanno la pretesa di essere considerate delle punte di diamante; raccontano la storia di una persona qualunque - uno chiunque di noi - che passa attraverso le varie fasi della vita, descritte in pochi minuti di voce e ukulele.
Con Ain't It Fun si comincia a carburare. Brano grezzo e ancora immaturo ma è già un grande passo avanti rispetto a quello che i Paramore sono stati fino a ieri; giro di basso funky messo ben in evidenza davanti alla chitarra e finale con coro gospel da u-r-l-o. L'unica pecca sono le parti synth che risultano un po' troppo piatte e bidimensionali.
Part II si presenta come la ripresa del vecchio, con rielaborazione in nuovo: una sorta di auto-celebrazione e celebrazione ai fan che potrebbero riconoscere il brano originale solo se assidui ascoltatori (per la cronaca, trattasi della rielaborazione del brano Let The Flame Begin, comparso sul secondo full length della band, "Riot". Non è stato nemmeno un singolo e non ne esiste una versione "lyrics video").
Molto carina invece, Last Hope che trovo anche molto diversa dalle ballad proposte in passato dalla band. L'andamento è molto lineare e melodico, decisamente catchy il ritornello, con chiusura corale che più adatta di così non si poteva. Ottima.
Uscito poco prima dell'LP, abbiamo il singolo Still Into You; anche qui nelle lyrics troviamo riferimenti ai vecchi lavori della band - ditemi che non li vedo solo io - e in sé per sé il brano non è nulla di originale ma la voce della Williams è cristallina e potente e risolleva qualsiasi brano che sia un ciofecata mondiale o meno.
Anklebiters, è proprio punk - sia per ritmo che durata - e caricata a molla per esplodervi nelle cuffie e, ci voleva proprio dopo esserci rilassati con i due brani precedenti. Proof, comincia bene e poi si perde un po' nell'anonimato forse proprio perché sta in coda a un proiettile del calibro di Anklebiters.
Hate To See Your Heart Break è uno di quei pezzi così ruffiani e tutto sviolinate che farebbe piangere anche il fan più accanito di David Guetta. Credo si tratti di uno di quei brani puramente cinematografici, perfetti per essere scelti come parte dell'OST di un qualche film comico-romantico. Ma forse volo troppo di fantasia.
A seguire troviamo una chicca, molto meglio del brano precedente, (One Of Those) Crazy Girls; intro impeccabile, con una sessione ritmica delicata ma perfettamente in tema e intelligente utilizzo di archi e cori che fanno da sfondo perfetto per la storia d'amore messa in scena. Divertentissima.
Be Alone è un altro pezzo veramente "paramoriano", il che non vuole essere una definizione ma solo un dato di fatto... cioè quelle sonorità già presenti a livello embrionale nei precedenti lavori che qui vengono tirate fuori con più decisione e rielaborate nel nuovo gusto musicale della band. Il sound è quello del primissimo "All We Know Is Falling", ma reso più adulto e adattato a un pubblico che può oscillare dai neofiti teenagers ad ascoltatori ora più maturi che seguono la band dagli esordi.
L'album si chiude con il pezzone Future: al primo ascolto è stato subito amore.
Giuro che se il titolo vuole essere foriero della strada che i Paramore vorranno musicalmente percorrere in futuro, ne sono più che felice e li seguirò finché avrò cent'anni. Cattivone, nudo e crudo. Otto minuti di apprezzabile e sporco rock e io sono soddisfatta perché anche se abbiamo fatto un po' di fatica siamo giunti a giusta conclusione di un album sperimentale - a causa di un sound ancora da definire e che non ha trovato una compattezza ideologica il che lo rende frammentario e ancora un po' incoerente - e di passaggio.
Le lyrics nel complesso sono ancora acerbe, i Paramore non hanno ancora raggiunto quella maturità compostiva che permetterebbe loro di fare il passo avanti che tanto agognano.
Sono ancora lì, a metà via tra l'università e il mondo del lavoro, tanto per fare un paragone, ma il futuro fa ben sperare:
"So, just think of the future,
Think of a new life.
And don't get lost in the memories,
Keep your eyes on a new prize."
Future, Paramore.
Hope Valentine.
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musica,
nuove uscite,
pop-punk
venerdì 12 aprile 2013
"Specter at The Feast" vs. "Comedown Machine" - questa volta, il mash-up lo faccio io!
Lasciamo stare i voti, almeno per oggi. No dai, almeno per qualche riga.
Preciso come sempre che la recensione che segue non vuole essere seria o professionale; cioè, un po' di verità c'è ma mentre la pensavo ho riso talmente tanto che non può che venirne fuori l'ennesima cavolata.
Ma partiamo con ordine...
Dopo dieci anni di forzati scontri voluti dalle maggiori testate musicali del mondo, per uno scherzo del destino - forse voluto, ma non è chiaro da chi - The Strokes e Black Rebel Motorcycle Club si scontrano di nuovo sul piano di singoli, nuove uscite e LP recensiti malissimo o osannati da entrambe le parti.
Per chi non fosse informato dei fatti, più di dieci anni fa queste due band pioniere del rock indipendente venivano messe a confronto, entrambe novelle del panorama musicale ed entrambe innovative in un periodo stagnante a livello di novità.
Perfino la seconda uscita di entrambi i gruppi coincise temporalmente ma fu sempre più chiaro che la band capitanata da Casablancas e quella da Levon Been si riproponevano generi completamente diversi. Dopodiché le uscite e i generi proposti furono così distanti che a metterli in competizione non ci si pensò più.
Circa.
E' a questo punto che si arriva all'anno 2013 corrente ed entrambe le band si riaffacciano con una nuova uscita nello stesso mese e i primi singoli addirittura lanciati o annunciati nello stesso periodo. E pensa un po', entrambi hanno messo in streaming i loro album con qualche giorno di anticipo sulla pubblicazione "fisica" del loro ultime fatiche.
Ma per Luilassù, ci pigliate per il deretano? Finalmente eravamo riusciti a dimenticare vecchi attriti e stantie diatribe per poterci finalmente concentrare sulla vostra musica, e ora ci confondete le idee un'altra volta?!
Questa volta il dubbio è bello grosso; entrambi usciti in Marzo, copertine che fai fatica a distinguerle non possono essere una comune COINCIDENZA.
Ma le similitudini finiscono lì, ve lo garantisco.
E uno dei due album, l'ho preferito più dell'altro e in questa sede rivelerò quale..."Chissene", direte voi.
Avete anche ragione.
"Specter At The Feast"-- Black Rebel Motorcycle Club
Oddio sono tornati. Oddio, cosa avranno in serbo per noi ascoltatoruncoli medi? Un ritorno agli splendori del passato di BRMC? Qualcosa di folk-bluesy come fu l'azzeccato Howl?
Alla fine è tutto e niente. Questo Specter At The Feast è un pasticcio melenso, denso e lento della stessa minestra riscaldata da più di dieci anni di assiduo ascolto.
Chi conosce bene questa band, chi li ascolta fin dagli inizi non potrà mancare di riconoscere alcune sonorità già proposte in vecchi lavori (giuro che l'introduzione di Sometimes The Light mi ricorda in qualche modo l'intro di All You Do Is Talk), o al contrario non riconoscerne affatto; come non sentire la mancanza di pezzi energici dal cipiglio "spacco-tutto-e-poi-passo-sopra-alle-macerie-e-le-calpesto" di una Berlin, o quella follia malinconica e cantautorale che permeava sì tutto Howl, ma fuoriusciva da pezzi come Fault Line o Ain't no Easy Way?
Tutto sommato non è un lavoro fatto male, anzi è curato nei dettagli e nelle sfumature ma manca di quel quid, che lo avrebbe potuto eleggere ad album indie dell'anno. Perché i Black Rebel, le carte in regola ce le hanno ma sfruttano sempre la stessa formula senza aggiungere o togliere niente. Nemmeno l'ingresso nella formazione della nuova batterista Leah Shapiro - presente già nel precedente Beat The Devil 's Tatoo - ha modificato il pacchetto e l'offerta: le solite ritmiche, i soliti schemi melodici, il solito Robert Levon Been che nulla varia nel suo cantato malinconico e dalla bassa intonazione senza troppo sbalzi.
Tirando le somme, si tratta di un lavoro piacevole in cui spiccano brani meglio riusciti di altri, una su tutte la cover di Let The Day Begin brano originale dei The Call, band del defunto padre di Robert, e quella cupa Some Kind of Ghost che sembra la colonna sonora perfetta per un rito sciamanico (non scherzo, è ipnotizzante!). Un lavoro che però necessita di più e più ascolti prima che il senso generale divenga chiaro e si riesca a distinguere una traccia dall'altra. Specie il trittico Hate The Taste - Rival - Teenage Desease: ah, ok carichi come pezzi peccato che a un primo ascolto paiano tutti e tre uguali vista la poca fantasia con cui sono stati prodotti.
Per carità i BRMC, restano i BRMC e per qualsiasi sbarbatello che voglia avvicinarsi al mondo della musica indipendente, sono un ottimo inizio. L'inizio sì, ma non l'approfondimento e la continuazione dell'argomento a meno di non risalire ai loro vecchi LP, ben più validi.
Ascolti consigliati; Let The Day Begin, Returning, Some Kind of Ghost, Sell It.

"Comedown Machine"-- The Strokes
Oh ca**o! Non si sono sciolti gli Strokes! Oh, ma porca ***!! Sono usciti con un nuovo album con meno di mille anni di distanza dal precedente?!
Ehi, ma perché non hanno pubblicato la solita copertina da psycho che hanno sempre proposto fin da inizio carriera? Questa è semplice... lineare... wow, sono rapita!
Va bene, tornando a fare la persona seria, quest'album mi è proprio piaciuto.
Mi piace sì, cavoli.
E' fresco, veloce, innovativo per il genere indie - prosegue con le sonorità già proposte in Angles ma le compatta in un unico sound coeso - e innovativo anche per il genere di cui gli Strokes sono sempre stati portabandiera (quale, vi chiederete? Io lo chiamo genere cazzaro, ubriacone dismesso con i fuochi d'artificio sul finale).
Tenuto nel mistero più assoluto fino a meno di sette mesi fa, questo album è stato da alcuni definito un "aborto spontaneo"; una sorta di auto-escavazione della fossa da parte di questa band; "una merda" su tutti i fronti e altro ancora che non sto qua a riportare. Eppure io lo trovo fantastico non solo perché i The Strokes sono una delle poche band litigiose tra loro ma capaci di portare ancora un po' d'aria fresca tra le dinamiche cementizzate del mainstream e dell'indie più estremo ma anche perché tentano, esplorano, si rinnovano sempre con ironia auto-inflitta. La critica li da per morti e sepolti a ogni nuova produzione post Is This It? E loro rispondono incazzati, mai uguali a loro stessi, sempre indossando il guanto di sfida e con quel sorrisetto stampato in faccia che solo chi, come loro, proviene dal successo consolidato e può permetterselo.
Come non adorare Tap Out, con cui l'album si apre, danzereccia apripista? Welcome To Japan per esempio è troppo simpatica solo per il titolo e l'idea alla base di questo pezzo funziona proprio, con quel suo groove spinto anni '80.
Insomma, quelli che sono stati additati come punti deboli io li considero i loro punti di forza e non perché sono una bastian contrario, ma proprio perché apprezzo le sperimentazioni fatte con gusto e intelligenza.
Ed è proprio il caso di Comedown Machine.
Ascolti consigliati; Tap Out, One Way Trigger (sì, il mostro che ha spaventato i critici di mezzo pianeta!), Welcome To Japan, 80'Comedown Machine, Happy Ending (giusto per ricordare da dove viene questa band), Call It Fate, Call It Karma (vera e grande, piacevole sorpresa dell'album).
post scriptum; finalmente stringo tra le mani la mia copia originale dell'LP (sì, sono ancora uno di quei poveri disgraziati che spende soldi per comprare CD!), e finalmente la apro per andare a curiosare nel booklet prima di iniziare l'ascolto vero e proprio, cosa che faccio sempre perché sono una maniaca del packaging degli album. I miei occhi non ci possono credere quando "svolgo" il booklet e si rendono conto che come al solito, questi cinque sono dei fuori di testa. Ok, la cover non sarà da psycho ma almeno il booklet sì (e io sono contenta).
Preciso come sempre che la recensione che segue non vuole essere seria o professionale; cioè, un po' di verità c'è ma mentre la pensavo ho riso talmente tanto che non può che venirne fuori l'ennesima cavolata.
Ma partiamo con ordine...
Dopo dieci anni di forzati scontri voluti dalle maggiori testate musicali del mondo, per uno scherzo del destino - forse voluto, ma non è chiaro da chi - The Strokes e Black Rebel Motorcycle Club si scontrano di nuovo sul piano di singoli, nuove uscite e LP recensiti malissimo o osannati da entrambe le parti.
Per chi non fosse informato dei fatti, più di dieci anni fa queste due band pioniere del rock indipendente venivano messe a confronto, entrambe novelle del panorama musicale ed entrambe innovative in un periodo stagnante a livello di novità.
Perfino la seconda uscita di entrambi i gruppi coincise temporalmente ma fu sempre più chiaro che la band capitanata da Casablancas e quella da Levon Been si riproponevano generi completamente diversi. Dopodiché le uscite e i generi proposti furono così distanti che a metterli in competizione non ci si pensò più.
Circa.
E' a questo punto che si arriva all'anno 2013 corrente ed entrambe le band si riaffacciano con una nuova uscita nello stesso mese e i primi singoli addirittura lanciati o annunciati nello stesso periodo. E pensa un po', entrambi hanno messo in streaming i loro album con qualche giorno di anticipo sulla pubblicazione "fisica" del loro ultime fatiche.
Ma per Luilassù, ci pigliate per il deretano? Finalmente eravamo riusciti a dimenticare vecchi attriti e stantie diatribe per poterci finalmente concentrare sulla vostra musica, e ora ci confondete le idee un'altra volta?!
Questa volta il dubbio è bello grosso; entrambi usciti in Marzo, copertine che fai fatica a distinguerle non possono essere una comune COINCIDENZA.
Ma le similitudini finiscono lì, ve lo garantisco.
E uno dei due album, l'ho preferito più dell'altro e in questa sede rivelerò quale..."Chissene", direte voi.
Avete anche ragione.
"Specter At The Feast"-- Black Rebel Motorcycle Club
Oddio sono tornati. Oddio, cosa avranno in serbo per noi ascoltatoruncoli medi? Un ritorno agli splendori del passato di BRMC? Qualcosa di folk-bluesy come fu l'azzeccato Howl?
Alla fine è tutto e niente. Questo Specter At The Feast è un pasticcio melenso, denso e lento della stessa minestra riscaldata da più di dieci anni di assiduo ascolto.
Chi conosce bene questa band, chi li ascolta fin dagli inizi non potrà mancare di riconoscere alcune sonorità già proposte in vecchi lavori (giuro che l'introduzione di Sometimes The Light mi ricorda in qualche modo l'intro di All You Do Is Talk), o al contrario non riconoscerne affatto; come non sentire la mancanza di pezzi energici dal cipiglio "spacco-tutto-e-poi-passo-sopra-alle-macerie-e-le-calpesto" di una Berlin, o quella follia malinconica e cantautorale che permeava sì tutto Howl, ma fuoriusciva da pezzi come Fault Line o Ain't no Easy Way?
Tutto sommato non è un lavoro fatto male, anzi è curato nei dettagli e nelle sfumature ma manca di quel quid, che lo avrebbe potuto eleggere ad album indie dell'anno. Perché i Black Rebel, le carte in regola ce le hanno ma sfruttano sempre la stessa formula senza aggiungere o togliere niente. Nemmeno l'ingresso nella formazione della nuova batterista Leah Shapiro - presente già nel precedente Beat The Devil 's Tatoo - ha modificato il pacchetto e l'offerta: le solite ritmiche, i soliti schemi melodici, il solito Robert Levon Been che nulla varia nel suo cantato malinconico e dalla bassa intonazione senza troppo sbalzi.
Tirando le somme, si tratta di un lavoro piacevole in cui spiccano brani meglio riusciti di altri, una su tutte la cover di Let The Day Begin brano originale dei The Call, band del defunto padre di Robert, e quella cupa Some Kind of Ghost che sembra la colonna sonora perfetta per un rito sciamanico (non scherzo, è ipnotizzante!). Un lavoro che però necessita di più e più ascolti prima che il senso generale divenga chiaro e si riesca a distinguere una traccia dall'altra. Specie il trittico Hate The Taste - Rival - Teenage Desease: ah, ok carichi come pezzi peccato che a un primo ascolto paiano tutti e tre uguali vista la poca fantasia con cui sono stati prodotti.
Per carità i BRMC, restano i BRMC e per qualsiasi sbarbatello che voglia avvicinarsi al mondo della musica indipendente, sono un ottimo inizio. L'inizio sì, ma non l'approfondimento e la continuazione dell'argomento a meno di non risalire ai loro vecchi LP, ben più validi.
Ascolti consigliati; Let The Day Begin, Returning, Some Kind of Ghost, Sell It.
"Comedown Machine"-- The Strokes
Oh ca**o! Non si sono sciolti gli Strokes! Oh, ma porca ***!! Sono usciti con un nuovo album con meno di mille anni di distanza dal precedente?!
Ehi, ma perché non hanno pubblicato la solita copertina da psycho che hanno sempre proposto fin da inizio carriera? Questa è semplice... lineare... wow, sono rapita!
Va bene, tornando a fare la persona seria, quest'album mi è proprio piaciuto.
Mi piace sì, cavoli.
E' fresco, veloce, innovativo per il genere indie - prosegue con le sonorità già proposte in Angles ma le compatta in un unico sound coeso - e innovativo anche per il genere di cui gli Strokes sono sempre stati portabandiera (quale, vi chiederete? Io lo chiamo genere cazzaro, ubriacone dismesso con i fuochi d'artificio sul finale).
Tenuto nel mistero più assoluto fino a meno di sette mesi fa, questo album è stato da alcuni definito un "aborto spontaneo"; una sorta di auto-escavazione della fossa da parte di questa band; "una merda" su tutti i fronti e altro ancora che non sto qua a riportare. Eppure io lo trovo fantastico non solo perché i The Strokes sono una delle poche band litigiose tra loro ma capaci di portare ancora un po' d'aria fresca tra le dinamiche cementizzate del mainstream e dell'indie più estremo ma anche perché tentano, esplorano, si rinnovano sempre con ironia auto-inflitta. La critica li da per morti e sepolti a ogni nuova produzione post Is This It? E loro rispondono incazzati, mai uguali a loro stessi, sempre indossando il guanto di sfida e con quel sorrisetto stampato in faccia che solo chi, come loro, proviene dal successo consolidato e può permetterselo.
Come non adorare Tap Out, con cui l'album si apre, danzereccia apripista? Welcome To Japan per esempio è troppo simpatica solo per il titolo e l'idea alla base di questo pezzo funziona proprio, con quel suo groove spinto anni '80.
Insomma, quelli che sono stati additati come punti deboli io li considero i loro punti di forza e non perché sono una bastian contrario, ma proprio perché apprezzo le sperimentazioni fatte con gusto e intelligenza.
Ed è proprio il caso di Comedown Machine.
Ascolti consigliati; Tap Out, One Way Trigger (sì, il mostro che ha spaventato i critici di mezzo pianeta!), Welcome To Japan, 80'Comedown Machine, Happy Ending (giusto per ricordare da dove viene questa band), Call It Fate, Call It Karma (vera e grande, piacevole sorpresa dell'album).
post scriptum; finalmente stringo tra le mani la mia copia originale dell'LP (sì, sono ancora uno di quei poveri disgraziati che spende soldi per comprare CD!), e finalmente la apro per andare a curiosare nel booklet prima di iniziare l'ascolto vero e proprio, cosa che faccio sempre perché sono una maniaca del packaging degli album. I miei occhi non ci possono credere quando "svolgo" il booklet e si rendono conto che come al solito, questi cinque sono dei fuori di testa. Ok, la cover non sarà da psycho ma almeno il booklet sì (e io sono contenta).
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