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mercoledì 5 giugno 2013

She & Him, "Volume 3" - Recensione



She & Him - Volume 3
voto ** 1/2

Ok, forse con il voto sono stata un po' cattiva. E' impossibile non adorare gli She & Him, duo americano molto alternativo capitanato dalla bella Zooey Deschanel accompagnata dall'inseparabile Matt Ward. Zuccherosi e svenevoli fino al tracollo. Di chi ascolta.
Appunto.
Seriamente, la loro ultima fatica,"Volume 3" (che fa seguito a un "Volume One" e a un "Volume Two", perché i ragazzi hanno molta fantasia), non è così disprezzabile come si potrebbe capire da questo incipit. Eppure non mi convince appieno.
Per chi non li conoscesse, è facilmente interpretabile dalla copertina qui accanto che il duo in esame tratta materiale vintage. Molto vintage. Non che sia per forza un male - io sono fanatica del vintage, per esempio.
Il problema fondamentale a mio avviso è che l'album manca di inventiva. E' esplicitamente, palesemente, dichiaratamente, il seguito degli album precedenti, nonché riconferma dello status di cantori di canzoni "d'ammmore" anni '60. 
Non che sia un male, ripeto, ma arrivata alla traccia numero quattro - "I Could've Been Your Girl" - non ce la faccio più e devo interrompere l'ascolto per pericolo diabete in agguato dietro l'angolo.
Lo riprendo dopo un po' di tempo, magari qualche ora in cui sono riuscita a depurare il mio organismo, e riesco ad arrivare fino alla fine.
Al che mi accorgo che non è affatto un prodotto fatto male e tirato via e che qualche cosa di interessante ce l'ha. La produzione è ottima e molto raffinata. Zooey non è mai stata una gran chanteuse, ma è proprio questo il suo fascino.
Allora cosa è andato storto? Niente, questo è il punto: sembra il compito in classe del secchione di turno che si cimenta in una ricerca sui sound che hanno caratterizzato il rock bianco degli anni '50 e'60, con qualche incursione negli anni '70.
Troppo perfetto, troppo di plastica in tutta la sua dolcezza disarmante.
Le lyrics di Zooey si fanno più mature ma parlano quasi sempre della stessa cosa: "I've Got You're Number, Son", omaggio al surf-rock dei Beach Boys. La malinconica "Turn To White" e la baldanzosa "Somebody Sweet To Talk To". Immaginate un po' di che cosa parlano?
Le cover si salvano, come "Baby" o "Sunday Girl", e c'è perfino qualche guizzo di originalità con una spruzzatina di jazz a far capolino come un clandestino beccato allo sbarco senza documenti: "London", è forse il momento più alto dell'album e il più ispirato della Deschanel.
"Hold Me, Thrill Me, Kiss Me" è Elvis Presley 2.0 ma apprezzabile come una vagonata di zucchero filato assunto nell'arco di un intero pomeriggio.
E quel "Reprise (I Could've Been Your Girl)": dopo il primo minuto di "Uhuhuhuhuh", ci ho rinunciato e ho fatto ripartire l'album dalla traccia numero uno.

Le tre stelline non potevo darle, proprio per coerenza morale. Nonostante ci troviamo tra le mani un album, come già detto, dalla fattura pregiata.
E nonostante io adori questo duo e ogni tanto passi il tempo a fantasticare sulle note dei loro brani - in estate e durante i lunghi viaggi in macchina sono ottimi - non posso comunque dire che gli She & Him si siano impegnati troppo.

Ascolti consigliati; "I've Got Your Number,  Son", "I Could've Been Your Girl", "Snow Queen", "Sunday Girl", "London".

Hope Valentine.

venerdì 10 maggio 2013

James Blake, Overgrown -- Recensione

James Blake--Overgrown
voto **** e 1/2

Eh già, ho tutte le intenzioni di osannare questo LP.
Incuriosita dalla recensione negativissima e pesantissima assegnata da Rolling Stone Italia, ho voluto ascoltare anche io questo album tanto per capire se dovevo aggiungermi al coro dei "A morte!!", oppure no.
Invece sono rimasta imbrigliata nella rete emotiva che James Blake costruisce; impigliata senza possibilità di tornare indietro e mai pentita di avere fatto una passo verso l'ignoto.
Ignoto perché ammetto che mi ero persa il suo album d'esordio del 2011, osannato dalla critica come un masterpiece (eh, abbiate pazienza; non faccio il mestiere di critico musicale e non sono neanche lontanamente dell'ambiente per cui le mie possibilità di venire a conoscenza di nuove uscite è assai limitata), tanto che si sono dovuti inventare un nuovo nome per definire la musica di questo giovane musicista: post-dubstep (-soul).
Comunque, se vi lascerete trascinare all'interno di questo LP intenso, muscolare, studiato fino al dettaglio più insignificante, cerebrale ma liberatorio allo stesso tempo, non ve ne pentirete.
Fin dal primo brano - la title track Overgrown -  la voce ambivalente di James Blake trasmette intensità e intenzione; alti e bassi - anzi, altissima catarsi e bassissima introspezione - desolazione dell'anima e beat malinconici.
Un uso della voce classicamente soul che si mescola a suoni elettronici perfetti, pieni e corposi.
Life Around Here per esempio, ha una base simil trip-hop su cui scorre la voce vellutata di Blake che ti accarezza l'anima con fraseggi e costruzioni vocali puramente soul-gospel.
Si passa da intricate realtà psicologiche dettate da beat e registrazioni in loop di schemi vocali strazianti, a brani semplici dove è il pianoforte a primeggiare perfino sulla voce; come in Dlm che scorre con amarezza e solida tristezza.
Oppure To the Last, che è emotivamente perfetta: la vocalità di Blake si avvicina in maniera pericolosa a quell'intensità propria di un'interpretazione di Antony Hegarty o di un ispiratissimo Bon Iver.
Lentamente si scivola verso la dolce e pacata conclusione di questo album che nella versione Deluxe si conclude con una Every Day I Ran; qui c'è più caos, il disagio di chi vive da disadattato è palpabile. Sembra un esorcismo, potrebbe suggerire disordine e perdizione ma nella quasi totale mancanza di lyrics sensate e compiute e nella sistematicità dei beat, l'ordine c'è eccome.
Sperimentazione coraggiosa anche nelle collaborazioni presenti in questo full-length: Take a fall for Me, è un mezzo demone con cui combattere. Prima delle due collaborazioni presenti nell'LP, è forse il brano meno collocabile perché spezza un po' l'andamento generale dell'album. Il featuring di RZA (leader di fatto del Wu Tang Clan), è un hip-hop sintetizzato, sommesso e non troppo di classe come invece arriva all'orecchio il resto del lavoro di Blake.
Mentre l'altra collaborazione dell'LP è quella con Brian Eno, che ho preferito: Digital Lion è una sorta di danza tribale claustrofobica composta da quattro minuti intensi, metodicamente perfetti fatti di sinth e un' alternanza di voce e post-dubstep ridotto all'osso.

Dopo averlo ascoltato un paio di volte ho ben capito perché chi ama il rock puro e crudissimo - e soprattutto non ha la mente abbastanza aperta ma rimane fossilizzato su preconcetti dell'era mesozoica - non possa apprezzare un album di questo calibro:
troppo introspettivo, troppo lento e troppo studiato nel dettaglio per chi apprezza i sound immediati e molto più istintivi del rock n' roll (che è poi lo stesso mondo da cui "provengo" io).
Eppure le persone che lo hanno stroncato sono le stesse che magari osannano Nick Drake, morto forse suicida giovanissimo e cantautore dell'introspezione e dell'emotività più cupa.
Io sono convintissima invece che scegliere percorsi alternativi sia tutt'altro che una mossa logica o studiata a tappeto ed è per questo che nonostante tutta la ricerca, la preparazione pre-registrazione, io riesca a vedere l'immediatezza e la genuinità di questo ragazzo che riesce a esprimersi solo mescolando generi all'apparenza opposti, in un nuovo modo di comunicare e fare musica.

Ascolti consigliati: "Overgrown", "I Am Sold", "Life Around Here", "Retrograde", "To the Last" e "Our Love Comes Back".

Hope Valentine.