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| Paramore--Paramore |
voto *** e 1/2
Ho voluto inserire nel titolo questo verse del brano Grow Up, perché emblematico della nuova produzione della band pop-punk americana Paramore.
Dal 2009, anno di pubblicazione del loro ultimo album - l'acclamatissimo dai fan e premiatissimo in quanto a vendite, Brand New Eyes - non si erano più fatti sentire con nulla di nuovo. Solo qualche live sporadico, qualche versione acustica di vecchi brani e singoli inediti qua e là per quietare le masse scalpitanti di teenagers affranti. Separatisi e poi riformatisi, sopravvissuti al ciclone del successo, cresciuti ma non troppo e con una formazione di nuovo ben salda, sono tornati per farci scatenare ancora una volta.
Che il loro intento sia quello di fare capire agli ascoltatori che sono cresciuti e sono riusciti a passare sopra alla scissione del gruppo, è chiaro fin dal primo brano, Fast In My Car, dove cercano disperatamente di prendere le distanze da quella che è stata la loro produzione fino ad ora. Nel caso fosse proprio così e non un mio viaggio: epic fail, devo dire. Il brano nel complesso è piacevolissimo e dal ritmo incalzante ma non fa così tanto la differenza come vorrebbe la band per quanto siano apprezzabili i riferimenti nel testo ad album del passato come Riot, come a voler sottolineare il passo avanti fatto.
Segue l'ormai noto singolo Now, dalle tematiche un po' più mature e dalla chitarre un po' più incazzose, ma dalla ritmica ri-trita e dalla produzione un po' piatta.
Grow Up, eccola alla posizione numero tre a fare da spartiacque: nulla di strepitoso - lineare come solo un brano pop-punk può essere (!) - ma molto piacevole soprattutto perché da qui in poi comincia a risaltare il miglioramento fatto dalla voce di Haley Williams che diventa sempre più brava ogni anno che passa.
Alla numero quattro troviamo una canzone molto "paramoriana"; una Daydreaming ambientata nella Los Angeles in cui la band si è trasferita da qualche tempo a questa parte e da cui ha ricominciato da zero. Molto simbolico, devo dire.
Cominciano le sorprese con Interlude: Moving On... un ukulele?! Ma sono diventata sorda io oppure si tratta veramente di uno strumento totalmente inedito per questa band? Scherzi a parte, questo piccolo intermezzo che poi proseguirà con delle ideoligiche parti II e III (Holiday e I'm Not Angry Anymore), non hanno un senso logico particolare. La loro presenza è giustificata dal fatto che fanno raggiungere all'intero LP quota ben 17 inediti, e spezzano un po' il ritmo generale dell'opera che tra alti e bassi caracolla lentamente verso il finale. Al momento li trovo piacevoli e non fastidiosi o inutili, la loro funzione è puramente di intrattenimento e non hanno la pretesa di essere considerate delle punte di diamante; raccontano la storia di una persona qualunque - uno chiunque di noi - che passa attraverso le varie fasi della vita, descritte in pochi minuti di voce e ukulele.
Con Ain't It Fun si comincia a carburare. Brano grezzo e ancora immaturo ma è già un grande passo avanti rispetto a quello che i Paramore sono stati fino a ieri; giro di basso funky messo ben in evidenza davanti alla chitarra e finale con coro gospel da u-r-l-o. L'unica pecca sono le parti synth che risultano un po' troppo piatte e bidimensionali.
Part II si presenta come la ripresa del vecchio, con rielaborazione in nuovo: una sorta di auto-celebrazione e celebrazione ai fan che potrebbero riconoscere il brano originale solo se assidui ascoltatori (per la cronaca, trattasi della rielaborazione del brano Let The Flame Begin, comparso sul secondo full length della band, "Riot". Non è stato nemmeno un singolo e non ne esiste una versione "lyrics video").
Molto carina invece, Last Hope che trovo anche molto diversa dalle ballad proposte in passato dalla band. L'andamento è molto lineare e melodico, decisamente catchy il ritornello, con chiusura corale che più adatta di così non si poteva. Ottima.
Uscito poco prima dell'LP, abbiamo il singolo Still Into You; anche qui nelle lyrics troviamo riferimenti ai vecchi lavori della band - ditemi che non li vedo solo io - e in sé per sé il brano non è nulla di originale ma la voce della Williams è cristallina e potente e risolleva qualsiasi brano che sia un ciofecata mondiale o meno.
Anklebiters, è proprio punk - sia per ritmo che durata - e caricata a molla per esplodervi nelle cuffie e, ci voleva proprio dopo esserci rilassati con i due brani precedenti. Proof, comincia bene e poi si perde un po' nell'anonimato forse proprio perché sta in coda a un proiettile del calibro di Anklebiters.
Hate To See Your Heart Break è uno di quei pezzi così ruffiani e tutto sviolinate che farebbe piangere anche il fan più accanito di David Guetta. Credo si tratti di uno di quei brani puramente cinematografici, perfetti per essere scelti come parte dell'OST di un qualche film comico-romantico. Ma forse volo troppo di fantasia.
A seguire troviamo una chicca, molto meglio del brano precedente, (One Of Those) Crazy Girls; intro impeccabile, con una sessione ritmica delicata ma perfettamente in tema e intelligente utilizzo di archi e cori che fanno da sfondo perfetto per la storia d'amore messa in scena. Divertentissima.
Be Alone è un altro pezzo veramente "paramoriano", il che non vuole essere una definizione ma solo un dato di fatto... cioè quelle sonorità già presenti a livello embrionale nei precedenti lavori che qui vengono tirate fuori con più decisione e rielaborate nel nuovo gusto musicale della band. Il sound è quello del primissimo "All We Know Is Falling", ma reso più adulto e adattato a un pubblico che può oscillare dai neofiti teenagers ad ascoltatori ora più maturi che seguono la band dagli esordi.
L'album si chiude con il pezzone Future: al primo ascolto è stato subito amore.
Giuro che se il titolo vuole essere foriero della strada che i Paramore vorranno musicalmente percorrere in futuro, ne sono più che felice e li seguirò finché avrò cent'anni. Cattivone, nudo e crudo. Otto minuti di apprezzabile e sporco rock e io sono soddisfatta perché anche se abbiamo fatto un po' di fatica siamo giunti a giusta conclusione di un album sperimentale - a causa di un sound ancora da definire e che non ha trovato una compattezza ideologica il che lo rende frammentario e ancora un po' incoerente - e di passaggio.
Le lyrics nel complesso sono ancora acerbe, i Paramore non hanno ancora raggiunto quella maturità compostiva che permetterebbe loro di fare il passo avanti che tanto agognano.
Sono ancora lì, a metà via tra l'università e il mondo del lavoro, tanto per fare un paragone, ma il futuro fa ben sperare:
"So, just think of the future,
Think of a new life.
And don't get lost in the memories,
Keep your eyes on a new prize."
Future, Paramore.
Hope Valentine.
Lasciamo stare i voti, almeno per oggi. No dai, almeno per qualche riga.
Preciso come sempre che la recensione che segue non vuole essere seria o professionale; cioè, un po' di verità c'è ma mentre la pensavo ho riso talmente tanto che non può che venirne fuori l'ennesima cavolata.
Ma partiamo con ordine...
Dopo dieci anni di forzati scontri voluti dalle maggiori testate musicali del mondo, per uno scherzo del destino - forse voluto, ma non è chiaro da chi - The Strokes e Black Rebel Motorcycle Club si scontrano di nuovo sul piano di singoli, nuove uscite e LP recensiti malissimo o osannati da entrambe le parti.
Per chi non fosse informato dei fatti, più di dieci anni fa queste due band pioniere del rock indipendente venivano messe a confronto, entrambe novelle del panorama musicale ed entrambe innovative in un periodo stagnante a livello di novità.
Perfino la seconda uscita di entrambi i gruppi coincise temporalmente ma fu sempre più chiaro che la band capitanata da Casablancas e quella da Levon Been si riproponevano generi completamente diversi. Dopodiché le uscite e i generi proposti furono così distanti che a metterli in competizione non ci si pensò più.
Circa.
E' a questo punto che si arriva all'anno 2013 corrente ed entrambe le band si riaffacciano con una nuova uscita nello stesso mese e i primi singoli addirittura lanciati o annunciati nello stesso periodo. E pensa un po', entrambi hanno messo in streaming i loro album con qualche giorno di anticipo sulla pubblicazione "fisica" del loro ultime fatiche.
Ma per Luilassù, ci pigliate per il deretano? Finalmente eravamo riusciti a dimenticare vecchi attriti e stantie diatribe per poterci finalmente concentrare sulla vostra musica, e ora ci confondete le idee un'altra volta?!
Questa volta il dubbio è bello grosso; entrambi usciti in Marzo, copertine che fai fatica a distinguerle non possono essere una comune COINCIDENZA.
Ma le similitudini finiscono lì, ve lo garantisco.
E uno dei due album, l'ho preferito più dell'altro e in questa sede rivelerò quale..."Chissene", direte voi.
Avete anche ragione.
"Specter At The Feast"-- Black Rebel Motorcycle Club
Oddio sono tornati. Oddio, cosa avranno in serbo per noi ascoltatoruncoli medi? Un ritorno agli splendori del passato di BRMC? Qualcosa di folk-bluesy come fu l'azzeccato Howl?
Alla fine è tutto e niente. Questo Specter At The Feast è un pasticcio melenso, denso e lento della stessa minestra riscaldata da più di dieci anni di assiduo ascolto.
Chi conosce bene questa band, chi li ascolta fin dagli inizi non potrà mancare di riconoscere alcune sonorità già proposte in vecchi lavori (giuro che l'introduzione di Sometimes The Light mi ricorda in qualche modo l'intro di All You Do Is Talk), o al contrario non riconoscerne affatto; come non sentire la mancanza di pezzi energici dal cipiglio "spacco-tutto-e-poi-passo-sopra-alle-macerie-e-le-calpesto" di una Berlin, o quella follia malinconica e cantautorale che permeava sì tutto Howl, ma fuoriusciva da pezzi come Fault Line o Ain't no Easy Way?
Tutto sommato non è un lavoro fatto male, anzi è curato nei dettagli e nelle sfumature ma manca di quel quid, che lo avrebbe potuto eleggere ad album indie dell'anno. Perché i Black Rebel, le carte in regola ce le hanno ma sfruttano sempre la stessa formula senza aggiungere o togliere niente. Nemmeno l'ingresso nella formazione della nuova batterista Leah Shapiro - presente già nel precedente Beat The Devil 's Tatoo - ha modificato il pacchetto e l'offerta: le solite ritmiche, i soliti schemi melodici, il solito Robert Levon Been che nulla varia nel suo cantato malinconico e dalla bassa intonazione senza troppo sbalzi.
Tirando le somme, si tratta di un lavoro piacevole in cui spiccano brani meglio riusciti di altri, una su tutte la cover di Let The Day Begin brano originale dei The Call, band del defunto padre di Robert, e quella cupa Some Kind of Ghost che sembra la colonna sonora perfetta per un rito sciamanico (non scherzo, è ipnotizzante!). Un lavoro che però necessita di più e più ascolti prima che il senso generale divenga chiaro e si riesca a distinguere una traccia dall'altra. Specie il trittico Hate The Taste - Rival - Teenage Desease: ah, ok carichi come pezzi peccato che a un primo ascolto paiano tutti e tre uguali vista la poca fantasia con cui sono stati prodotti.
Per carità i BRMC, restano i BRMC e per qualsiasi sbarbatello che voglia avvicinarsi al mondo della musica indipendente, sono un ottimo inizio. L'inizio sì, ma non l'approfondimento e la continuazione dell'argomento a meno di non risalire ai loro vecchi LP, ben più validi.
Ascolti consigliati; Let The Day Begin, Returning, Some Kind of Ghost, Sell It.
"Comedown Machine"-- The Strokes
Oh ca**o! Non si sono sciolti gli Strokes! Oh, ma porca ***!! Sono usciti con un nuovo album con meno di mille anni di distanza dal precedente?!
Ehi, ma perché non hanno pubblicato la solita copertina da psycho che hanno sempre proposto fin da inizio carriera? Questa è semplice... lineare... wow, sono rapita!
Va bene, tornando a fare la persona seria, quest'album mi è proprio piaciuto.
Mi piace sì, cavoli.
E' fresco, veloce, innovativo per il genere indie - prosegue con le sonorità già proposte in Angles ma le compatta in un unico sound coeso - e innovativo anche per il genere di cui gli Strokes sono sempre stati portabandiera (quale, vi chiederete? Io lo chiamo genere cazzaro, ubriacone dismesso con i fuochi d'artificio sul finale).
Tenuto nel mistero più assoluto fino a meno di sette mesi fa, questo album è stato da alcuni definito un "aborto spontaneo"; una sorta di auto-escavazione della fossa da parte di questa band; "una merda" su tutti i fronti e altro ancora che non sto qua a riportare. Eppure io lo trovo fantastico non solo perché i The Strokes sono una delle poche band litigiose tra loro ma capaci di portare ancora un po' d'aria fresca tra le dinamiche cementizzate del mainstream e dell'indie più estremo ma anche perché tentano, esplorano, si rinnovano sempre con ironia auto-inflitta. La critica li da per morti e sepolti a ogni nuova produzione post Is This It? E loro rispondono incazzati, mai uguali a loro stessi, sempre indossando il guanto di sfida e con quel sorrisetto stampato in faccia che solo chi, come loro, proviene dal successo consolidato e può permetterselo.
Come non adorare Tap Out, con cui l'album si apre, danzereccia apripista? Welcome To Japan per esempio è troppo simpatica solo per il titolo e l'idea alla base di questo pezzo funziona proprio, con quel suo groove spinto anni '80.
Insomma, quelli che sono stati additati come punti deboli io li considero i loro punti di forza e non perché sono una bastian contrario, ma proprio perché apprezzo le sperimentazioni fatte con gusto e intelligenza.
Ed è proprio il caso di Comedown Machine.
Ascolti consigliati; Tap Out, One Way Trigger (sì, il mostro che ha spaventato i critici di mezzo pianeta!), Welcome To Japan, 80'Comedown Machine, Happy Ending (giusto per ricordare da dove viene questa band), Call It Fate, Call It Karma (vera e grande, piacevole sorpresa dell'album).
post scriptum; finalmente stringo tra le mani la mia copia originale dell'LP (sì, sono ancora uno di quei poveri disgraziati che spende soldi per comprare CD!), e finalmente la apro per andare a curiosare nel booklet prima di iniziare l'ascolto vero e proprio, cosa che faccio sempre perché sono una maniaca del packaging degli album. I miei occhi non ci possono credere quando "svolgo" il booklet e si rendono conto che come al solito, questi cinque sono dei fuori di testa. Ok, la cover non sarà da psycho ma almeno il booklet sì (e io sono contenta).