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giovedì 3 aprile 2014

"Un altro Mondo" di Jo Walton - Recensione

cover dell'edizione italiana
voto: ****

Finalmente posso tornare a scrivere di libri. Non che sia colpa di qualcuno se fin'ora non l'ho fatto.
Semplicemente - oltre all'ormai più volte citata mancanza di tempo - non riuscivo a trovare un titolo che mi tenesse incollata alle pagine fino alla fine e che attirasse la mia attenzione e stimolasse la mia fantasia.
Questo romanzo ce l'ha fatta e questa recensione mi serve per spiegarvi il perché.
Oltre ad essere stato nominato per (e ad aver vinto), molti prestigiosi premi, ne ha vinto uno che è forse il più prestigioso di tutti per i romanzi di genere; lo Hugo Award. Ha superato le opere di scrittori come Stephen King e soprattutto, per il fantasy, George R.R. Martin.
Ovviamente, non riporto questo dato perché convinta che serva per far capire quanto è valido questo romanzo - molte volte credo che i premi vinti non siano sempre meritati - ma per dare più peso alla frase seguente: non è uno YA a sfondo fantasy qualunque.
La sua categorizzazione è alquanto nebulosa perché è sì un diario - con la caratteristica di essere dunque un romanzo di introspezione - con la presenza di elementi fantasy ma a cui mancano tutti i topos tipici del genere.

Questo romanzo è il diario di Morwenna Phelps una ragazza di quindici anni originaria del Galles del Nord, costretta a scappare di casa per fuggire dalla follia della madre strega; Liz, la madre, è la causa dell'incidente in cui Morwenna è rimasta menomata alla gamba destra e in cui la sua gemella, Morganna, ha perso la vita.
Costretta ad allontanarsi dalle terre in cui è nata e cresciuta, le Valleys gallesi, trova rifugio a casa del padre che non ha mai incontrato e delle sue tre zie che però la iscrivono ad un collegio costosissimo e decisamente inglese per i gusti della nostra Mor.
Qui, la protagonista non troverà un rifugio sicuro dal suo dolore e dalle sue paure ma sfide continue che dovrà imparare ad affrontare - come il rapporto incrinato con il padre, delle compagne di scuola decisamente ostili e la mancanza di amici - e attraverso le quali maturerà considerevolmente.

L'impianto del romanzo è piuttosto semplice, come si intuisce dalla sua sinossi, ma al suo interno vi è un universo di argomenti che non è semplice riassumere né raggruppare sotto un unico insieme.
Ad esempio, Morwenna è costretta a ricostruirsi una vita dopo la morte della gemella. Il rapporto fraterno, viene preso in considerazione da tutte le angolature e le sfumature possibili; non è affatto semplice ricominciare a vivere un'esistenza come persona singola quando dalla nascita fai parte di una coppia. Ogni azione nel passato della protagonista è legato alla gemella; addirittura erano complementari e condividevano non solo la realtà di tutti i giorni ma anche gli stessi segreti. Morwenna ha praticamente perso oltre alla mobilità che è abbastanza fondamentale quando hai quindici anni, anche la sua migliore amica.
A complicare le cose non ci sarà solo l'istituto a cui è stata iscritta, l'Arlingust - una scuola piena di snobismo dove le sue iscritte sono tutte ragazze provenienti da ricche famiglie inglesi (e si ricorda che gli inglesi, snobbano considerevolmente i gallesi considerati come i nostri "terroni"); Mor dovrà farsi nuovi amici perché non può vivere di soli libri per quanto sia una lettrice accanita e legga di fantascienza come bere acqua.
Insomma, la commistione di argomenti è ampia: si passa dalla solitudine imposta e quella voluta contrapposta alla ricerca disperata di confronti con altri. Il primo amore e il sesso, non mancano e non manca nemmeno l'approfondimento all'argomento attraverso i romanzi scritti da altri autori. La scelta tra vivere o morire e la ricerca di motivi che spingano ad amare la propria esistenza nonostante le imperfezioni è un altro argomento molto sentito su cui il lettore è portato a ragionare in maniera approfondita.

Ciò che intendevo prima per mancanza di topos, è presto spiegato: essendo un diario, si è immediatamente catapultati all'interno della storia. Non esistono introduzioni e non esistono spiegazioni esaustive di ciò che sta accadendo: è necessario porre la massima fiducia nel narratore in quanto è l'unico punto di vista che conosciamo.
E come avviene nella realtà, se ci mettessimo a leggere il diario personale di qualcun'altro, non avremmo mai la possibilità di analizzare gli eventi sotto più punti di vista.
Di fatto, quando Morwenna parla di magia e di "fate" (che vengono chiamate in questo modo perché la protagonista non sa nulla di queste creature singolari e loro non si definiscono mai), il lettore non sa mai con certezza se lei stia mentendo o meno.
Il dubbio permane fino alla fine e perfino la spiegazione nei dettagli di ciò che avvenne la notte in cui Morwenna rimase ferita e Morganna perse la vita, non viene fornita mai con chiarezza.
Quasi tutti gli schemi tipici vengono quindi ignorati per dare freschezza al genere. Questo dimostra che non sempre è necessario dare tutti i dettagli per rendere una storia attraente al lettore; tanto spesso, è il mistero che avvince alle pagine.
La protagonista, inoltre, è una ragazza come tante - forse anche più svantaggiata - con cui è semplice entrare in sintonia; mi è stato semplice riuscire a immaginare gli eventi narrati da Morwenna anche quelli legati più al fantastico che non trovano un corrispettivo nella realtà.

L'edizione italiana, edita da Gargoilles, ha una copertina molto attraente, forse anche più bella di quella originale o dell'edizione americana. Peccato per l'impaginazione del testo che presenta alcuni errori di ortografia o anche delle lacune, come parole intere che mancano e ciò va a intaccare la scorrevolezza della lettura. Anche la scelta di pubblicare il libro in copertina flessibile non è delle più felici perché se si è come me che porto i libri ovunque anche in borsa dove possono rovinarsi in qualsiasi momento, garantirà al l libro una vita drasticamente breve.

Consiglio questo romanzo proprio a tutti; a chi ancora deve crescere e trarre ispirazione dalle scelte della protagonista e pure a chi è già cresciuto e troverà ispirazione, come ne ho trovata io, a iniziare o continuare a cercare il bello nei particolari che ci circondano.

lunedì 17 febbraio 2014

Vanna Vinci, "La Casati, la musa egoista" - Recensione

Mancandomi il tempo materiale e la pace mentale per poter leggere libri veri e propri, ultimamente ho ripiegato sulle graphic novel.
La Casati -- la cover dell'edizione italiana

L'ultima che ho letto e di cui avevo parlato nella mia wishlist, è "La Casati, la musa egoista" di Vanna Vinci.
Trattasi della biografia a fumetti di una delle artiste meno artista che la Belle Epoque abbia mai avuto. Una donna scandalosa che dello scandalo e delle attenzioni della gente, fece il suo baluardo; il suo unico scopo era quello di stupire e costruire - utilizzando esclusivamente la sua stessa persona - un'opera d'arte unica e inimitabile nei tempi a venire: la Marchesa Casati Stampa.

Vanna Vinci ci racconta della vita di Luisa Casati, ovviamente a partire dalla sua nascita e, la segue nella sua evoluzione di provocatrice fino alla sua decadenza e poi alla morte.
La Marchesa, nata Ammam e figlia di un imprenditore di Milano ricchissimo, diviene ereditiera giovanissima - insieme alla sorella - di una fortuna inestimabile, sposa il Marchese Casati Stampa ed inizia a frequentare i salotti della nobiltà di Milano, Roma e Parigi.
Adolph De Meyer -- Marchesa Luisa Casati (1912)

Una milionaria nei primi del '900 che non aveva idea del valore dei soldi e che era annoiata dalla vita, già da giovanissima, e non sapeva come esprimere il proprio temperamento artistico se non trasformando sé stessa in opera d'arte.
La figura di donna più ritratta della storia, poco dopo la Vergine Maria e Cleopatra.
Sconvolse l'Europa - ma solo perché il concetto di opera d'arte che cammina non faceva parte della cultura occidentale (n.d. Gheisha in giapponese), divenne pioniera di quello che adesso è un trend tra le moderne pop star, sperperando il suo denaro in abiti, gioielli, case, viaggi.
Eppure, fu al centro della scena artistica dell'epoca e probabilmente, ne divenne la maggiore esponente e non dipingendo o scrivendo o scolpendo opere, ma ispirandone ad altri, a tanti altri. 
Luisa Casati secondo Vanna Vinci (2013)
Il risultato furono creazioni eterne che sono entrate a fare parte del patrimonio culturale umano e che descrivono una donna non bellissima ma affascinante e magnetica e pure misteriosa - che raramente mostrava le sue vere emozioni, che osava davanti a tutti eppure era timidissima - che seppe vendere la propria immagine, ottenendone un risultato massimale.
Una donna che ispirò dunque e che causò anche invidia; lei proseguiva imperterrita e ignorava le maldicenze che la volevano coinvolta con la magia nera e la negromanzia. Anzi, approfittava di tanto ciarlare intorno a lei, in modo da accrescere la curiosità e l'ammirazione. 
Niente male per una donna senza troppi talenti, tranne quello di consumare intere fortune.


Parliamo dell'opera di Vanna Vinci pubblicata dalla Rizzoli Lizard alla per niente modica cifra di euro 17,00.
L'albo è pregiato, ha la copertina rigida e tutte le pagine sono a colori la cui stampa costa certamente di più di quella in bianco e nero.
uno dei bozzetti presenti in fondo al volume
Lo spessore delle pagine è decisamente consistente e ben rilegato alla costa, dettaglio che ne fa un prodotto con maggiori possibilità di durare nel tempo. La stampa è ottima e non inficia i dettagli e i colori delle tavole originali.
L'albo viene introdotto da Natalia Aspesi (giornalista e scrittrice), che ci da una buona presentazione biografica e storica del personaggio, riassumendo i dettagli salienti e introducendoci nel mondo disegnato dalla Vinci.
Il tratto dell'autrice è molto particolare; è dettagliato e sgraziato allo stesso tempo. Io ci ho messo qualche tavola per abituarmi a quelli che inizialmente, lo dico sinceramente, mi erano parsi degli sgorbi.
La caratterizzazione della protagonista viene affidata soprattutto alle comparse che spesso parlano e raccontano delle gesta della Marchesa. Qualche volta è la stessa Luisa a parlare di sé stessa, come farebbe un qualunque critico di fronte a un'opera d'arte. 
Traspare ironia, fascino e solitudine dai baloon e quando si arriva alla fine della graphic novel ci si sente invasi dalla presenza monolitica della Casati e al tempo stesso, si sente il vuoto che può attanagliare chi conduce una vita simile.

In realtà, nessuno sa veramente se la Marchesa fosse realmente soddisfatta di condurre una vita simile, oppure se avesse sacrificato tutta sé stessa in nome dell'arte e dell'immortalità.
Fatto sta che Vanna Vinci ripercorre le gesta di una donna straordinaria, unica nella sua epoca, futurista in un certo senso, che anticipò di molto il femminismo e i suoi credo e il senso estetico che la attuale cultura ha abbracciato in pieno, che condividiamo e viviamo tutti ormai, quotidianamente.

lunedì 18 novembre 2013

"Scott Pilgrim" di Bryan Lee O'Malley

"Scott Pilgrim - Una vita niente male", la cover del primo volume italiano

Il mio ragazzo è un nerd; di quelli fatti e finiti (anche se lui nega con decisione).
E ci sono certe cose, che solo un nerd può conoscere e amare.
Come questa serie a fumetti che, questione di tempo, era scontato sarebbe arrivata tra le mie mani.
Premetto che di fumetti me ne intendo una cosa giusta (meno che di musica quindi pensate un po' che roba), per cui mi limito a giudicare secondo il mio personalissimo gusto.

La trama è semplice, come è semplice la vita del protagonista da cui la serie prende il nome.
Scott suona il basso in una band ed è uno scansa fatiche con un inspiegabile successo con le ragazze. Nonostante esca già con la diciassettenne Knives Chau, si innamora a prima vista di una ragazza che comincia ad apparirgli in sogno e che ben presto scoprirà, esistere veramente: la misteriosa Ramona Flowers.
Questa ragazza è destinata a diventare la sua croce e delizia perché per stare con lei, sarà necessario sconfiggere i suoi sette malvagi ex. Riuscirà Scott a sconfiggerli tutti, realizzando il sogno di trasformare "una vita niente male", in una vita fantastica?

Dunque, come vi dicevo, niente di più semplice e niente di più divertente.
Lo humor si spreca, i personaggi assurdi pure, la grafica e il tratto di O'Malley contribuiscono a caricare di comicità delirante e anche di un pizzico di tenerezza la storia. Di certo non ci si annoia mai durante la lettura e non si finisce più di ridere nemmeno a mano a mano che si scopre sempre di più a riguardo del passato di Ramona o si legge delle idiozie che dice o fa Scott. 
Tutta la storia è, ovviamente, accompagnata dalla musica: sia quella suonata dal protagonista e dalla sua band, sia nelle t-shirt dei vari personaggi, sia come parte integrante della storia (e come potrebbe essere altrimenti quando lo stesso O'Malley è anche un musicista?). Inoltre, si sprecano le citazioni a film, telefilm, band musicali, videogiochi e non possono mancare quelle auto-citazionistiche. Tutto materiale che per un nerd è pane quotidiano ma che possono appassionare anche un lettore meno esigente. 

I volumetti sono sei e sono stati pubblicati in Italia dalla Rizzoli, collana Lizard; il costo per ogni volumetto è piuttosto altino perché parliamo di 10 euro ad albo ma giustifico questa cosa sapendo bene che una casa editrice non specializzata in pubblicazione fumetti avrà costi più alti per produrne uno. Inoltre, si tratta di un titolo piuttosto di nicchia che non è mai garanzia di vendite assicurate, ergo: prezzi catastroficamente alti.
Comunque è un buon prodotto; per quanto manchi la sovra-copertina (che secondo me sarebbe stata quasi d'obbligo per dare maggior pregio alla pubblicazione), la copertina rigida è piuttosto spessa e resistente.
Le pagine sono bianche e hanno un buon spessore per cui il rischio di piegare le pagine è inferiore, e mi paiono anche ben salde alla costa del volume - senza troppi rischi che ti rimangano in mano.
L'inchiostrazione è ottima e mette in evidenza il tratto netto con cui l'autore disegna.

In definitiva la storia originale e la sua pubblicazione pregiata, ne fanno un fumetto da collezione ma anche un regalo da fare a un amico, per esempio.
Quando il mio ragazzo mi ha proposto di dividere la spesa ho accettato immediatamente e non mi sono tirata indietro nel condividere un po' di sana nerditudine con lui. 





giovedì 8 agosto 2013

Libertà, Jonathan Franzen - Recensione

Freedom - Jonathan Franzen
Come puoi recensire e votare un libro che viene considerato - ed effettivamente è - un capolavoro della letteratura americana moderna?
Non puoi; al massimo puoi limitarti a darne un giudizio sommario e generico, consigliandolo o meno ad amici e conoscenti.
Nel mio caso, proverò a spendere qualche parola in più senza cercare di perdermi troppo nei meandri di una recensione che sarebbe molto più grande di me.

Vi lascerei anche il link che vi porterà dritti dritti alla pagina del sito web della Einaudi in cui compare la recensione scritta da Paolo Giordano; uno che le parole le sa usare certamente bene e sicuramente meglio di me:
http://www.einaudi.it/speciali/Paolo-Giordano-su-Liberta

Ho pensato e ripensato a cosa scrivere, come esprimere al meglio lo stupor provato mentre leggevo di una famiglia borghese americana come quella dei Berglund, che viene sviscerata e analizzata sotto ogni punto di vista. 
Mentre affondavo tra i rapporti umani vischiosi e fragili e mentre entravo a stretto contatto con la depressione che attanaglia molti dei personaggi; una malattia così diffusa, in realtà, da lasciare amareggiato anche chi ne ha sempre e solo sentito parlare.
I Berglund sono una famigliola qualsiasi, che vive in un tipico sobborgo americano; poco dopo il matrimonio un giovanissimo Walter e un' ancor più giovane Patty acquistano a poco prezzo una casa che impiegano anni a ristrutturare. In quella casa crescono i loro due figli, Jessica e Joey, e sempre in quella casa la famiglia comincia a sgretolarsi a poco a poco, sotto il peso di responsabilità, desideri mancati, sogni infranti, speranze vane, ideologie che devono scontrarsi con lo scorrere degli anni e dei piccoli eventi contrari che costellano le esistenze di ogni essere umano.
Patty, che all'inizio della storia viene descritta dal vicinato come di una bontà costruita e di facciata, è il motore della storia; da lei dipendono molte delle infelicità che affliggono il suo piccolo nucleo familiare - in quanto da sempre indecisa nella scelta tra il marito Walter e il di lui migliore amico-musicista, Richard Katz (che è l'antitesi di Walter; menefreghista, edonista e di un egocentrismo spaventoso). 
Ma è la concomitanza di eventi e l'intrecciarsi di caratteri opposti tra cui vige l'incomunicabilità, che farà precipitare gli eventi; l'idealizzazione che Walter fa della moglie e la sua cieca speranza di agire per il bene dell'ambiente, di cui è da sempre strenuo difensore.
I caratteri dei figli che si formano con il passare degli anni e che si distanziano sempre più da quello dei genitori, è l'altra componente critica che manda l'idillio al catafascio.

Ma, come dice anche il signor Giordano, è impossibile riassumere brevemente la trama di questo romanzo realistico e crudo al tempo stesso; l'intreccio si stratifica e si solidifica a mano a mano che la storia e gli anni avanzano, fino allo scioglimento finale che dispiega la matassa e chiude la storia in modo circolare.
I personaggi/attori che compaiono all'interno della vicenda sono tra i più complessi e profondi che io abbia mai incontrato nella storia di un autore occidentale moderno, e la dovizia con cui i loro sentimenti vengono portati allo scoperto, quasi chirurgica.
Impossibile non immedesimarsi con almeno uno di loro; impossibile non capirne ed esaltarne i pregi e compatirne i difetti mastodontici che però, li rendono tanto umani.
La prosa di Franzen, è lodevole; parlare per 600 pagine di vite qualsiasi - delle dinamiche di un matrimonio e delle conseguenze a cui scelte affrettate portano - senza mai annoiare il lettore, è un'abilità data a pochi eletti.
Non ci sono costruzioni verbali complicate o ampollose, ma solo acutezza secca e diretta. L'ironia di Franzen nel descrivere certe situazioni dilaga attraverso il punto di vista dei suoi protagonisti, soprattutto da quello della "sua" Patty, così ironica e auto ironica nei confronti dell'esistenza e della società.
La società americana qui compare in tutte le sue contraddizioni: la patria del sogno americano che si sgretola sotto il peso della corruzione e del Dio Denaro. Una lettura lucida e critica nei confronti della guerra in Iraq, basata esclusivamente su scopi di lucro; l'impotenza delle piccole genti che per trovare un posto nella società, sono costrette a silenziare le coscienze.
La dendroica cerulea, che fa la sua comparsa anche in copertina, ad un certo punto acquista un valore più che rilevante; è la morte ideologica delle identità e dei sogni da ragazzi, l'estinguersi della coscienza dell'individuo e della sua affermazione.

Un romanzo complesso questo "Libertà" di Franzen; porta questo titolo emblematico che in realtà ne decanta la totale assenza, senza mai parlarne apertamente.
Perfino le dinamiche sotterranee di una famiglia non sono mai prive di legami obbligati e obbliganti: tanto più spesso è necessario comportarsi in un certo modo per salvare le apparenze, per non incombere nella critica spietata di una società troppo bigotta e chiusa.
Un romanzo importante, che descrive una fetta consistente di società e dei suoi valori effimeri.
Un capolavoro moderno, che merita la pazienza di essere letto fino in fondo.

giovedì 20 giugno 2013

"1Q84" di Murakami Haruki - Recensione

"1Q84" - Front cover dell'edizione Giapponese dei libri 1,2 e 3
 voto: **** e 1/2

Prima o poi arriva nella carriera di un artista quell'opera che è la summa di tutto ciò che ha prodotto in precedenza. E di tutto ciò che arriverà poi.
Per Murakami-sama "1Q84", è tutto questo e molto di più.
Sarà difficile per me riuscire a sintetizzare il giudizio su un'opera di tale portata (basti pensare che in tre libri, superiamo un totale di mille pagine), per contenuti e intreccio estremamente complessi.
Impossibile essere imparziale, ma per questo non sono affatto preoccupata; una volta assimilata la lezione che questa storia insegna, non pensi più da un punto di vista oggettivo.

"1Q84", si sviluppa in tre libri (aprile-settembre/ottobre-dicembre), e viene narrato seguendo le vicende alterne di Aomame - istruttrice di educazione fisica per un club di ricchi a tempo pieno e assassina di uomini che usano violenza alle donne, quando necessario - e Tengo, insegnante part-time in una scuola preparatoria, ex prodigio della matematica e romanziere a tempo perso. Il motore della storia è il romanzo "La Crisalide d'Aria", scritto dall'affascinante quanto taciturna diciassettenne Fukada Eriko, che utilizza il nom de plume Fukaeri. Tengo viene trascinato nel progetto dal suo editor - l'anticonformista Komatsu - diventando il Ghost Writer del romanzo e completando la stessa Fukaeri là dove ci sono lacune di scrittura ed elaborazione del testo, nonché caratterialmente. Aomame nel frattempo viene coinvolta in una serie di eventi straordinari che la porteranno ad accorgersi piano piano di non trovarsi più nel 1984, anno in cui la storia all'inizio è ambientata, ma in uno spazio-temporale che lei ribattezza 1Q84; un mondo dove tutto è possibile che ha sostituito quello precedente e dove le normali leggi metafisiche si mescolano all'onirico e all'impossibile. Dove in cielo, stanno sospese due lune; una è grande mentre la "figlia" è piccola, verde e dalla superfice bitorzoluta.
Più la storia prosegue, più Aomame e Tengo - che sono legati dal filo rosso del destino e mai si sono dimenticati nonostante si siano incontrati una sola volta in vent'anni - si avvicinano e le loro strade cominciano a intrecciarsi sempre di più. Le loro sorti si mescoleranno a quelle di una setta religiosa chiamata Sakigake che opera in modo sotterraneo e poco pulito, e a quelle di un investigatore privato che si mette sulle loro tracce ma che si ritroverà ad affrontare qualcosa di troppo grande, Ushikawa.

Il lettore incontrerà una moltitudine di personaggi ben definiti o solo abbozzati ma che fanno da cornice perfetta a una realtà composta da sogni.
Una realtà che affronta le vecchie tematiche care a Murakami e che qui vengono riproposte tutte; c'è il meta-libro e la creazione del romanzo. C'è il rapporto con il sesso e il rapporto tra uomo e donna fatto di puro piacere carnale, passione o violenza.
Il "bene" e il "male" che non sono mai netti; sono solo un equilibrio precario su cui il mondo poggia e all'essere umano non è data altra possibilità se non quella di coesistere con questi concetti tanto astratti quanto reali, qui rappresentati appieno da quelle figure simil-mitologiche che sono i Little People.
La realtà dentro al sogno o viceversa qui permea ogni pagina. L'amore incondizionato e vero che piega i mondi pur di realizzarsi. Ma anche l'amore del tutto eccezionale per il ritmo delle parole e della narrazione stessa.
Io sono riuscita anche a scorgere una critica alla società moderna non troppo nascosta e nemmeno infilata a caso sul finale a mo' di morale; la società è cieca e menefreghista. A pochissimi viene data l'opportunità di venire a conoscenza della verità e di ciò che si cela dietro il velo di Maya. Quelle poche persone, sono coloro che riescono a scorgere le due lune in cielo mentre queste rimangono invisibili a tutti gli altri.

Mi rendo conto che Murakami non è uno scrittore per tutti; chi desidera, per esempio, una spiegazione a ciò che accade pagina per pagina può rinunciare fin da subito a prendere in mano questo libro.
Fatevi un favore: risparmiate i soldi.
A chi non sente il bisogno di una spiegazione spiccia propinata per quietare gli animi, allora potrà trovare la lettura interessante.
Se riuscirà a farsi trascinare dal ritmo a volte incalzante, a volte esageratamente rallentato, del romanzo - non si pentirà una volta arrivato alla fine.

Già, la fine.
Quel finale maledetto che ha lasciato delusi in tantissimi e il cui ritmo al ralenty ha fatto saltare i nervi ai più; abbandonate ogni speranza di una lettura "normale", fin dalle prime righe del libro terzo.
La normalità viene abbandonata completamente proprio in finalità del soggetto narrato e delle tematiche. Non c'è niente di vero o reale ma solo qualcosa di simile al reale.
Perché è dell'anno 1Q84 che il libro parla.
Potrà mai esserci una spiegazione logica per un anno mai esistito e che porta nella sigla la "Q" di question mark?

lunedì 27 maggio 2013

"Warm Bodies" di Isaac Marion - La Recensione


Warm Bodies front cover - Isaac Marion



voto *** 1/2

Ho iniziato a leggere questo romanzo prendendolo come una breve e leggera interruzione alla lettura del libro di Clavell (quel mattone di "Shogun"). Mi sono detta "Perché no?", nonostante la frase di Stephenie Meyer piazzata in copertina che per me è stata più un deterrente che uno stimolo.
Ero curiosa, come sempre, per cui ho ceduto e non me ne sono pentita, affatto.
Il libro d'esordio di Marion - che prende forma da un suo vecchio racconto breve - è un romanzo ironico, molto cinematografico (non a caso ne hanno tratto un film), e con più di una morale al suo interno, nascosta neanche troppo tra le righe.

Il romanzo parla di R, uno zombie con una coscienza molto più viva del suo corpo. Purtroppo la sua condizione di mostro lo porta a limitare le relazioni sociali quasi allo zero - non fosse per il suo migliore amico M - e a seguire esclusivamente quell'istinto potente e atroce che è la sua fame di carne viva.
Durante una battuta di caccia mangia il cervello di Perry Kelvin e inaspettatamente ne assorbe completamente i ricordi e i sentimenti. Evento che lo porterà a proteggere Julie, la ragazza di Perry, con la quale instaura lentamente uno strano ma dolce rapporto. Questo è un mondo dove i cambiamenti non sono graditi e i due ragazzi avranno parecchi ostacoli da superare prima di poter finalmente vivere insieme in armonia.

Devo dire che durante la lettura mi sono ritrovata a ridere parecchie volte: nonostante R, il protagonista, sia uno zombie che fatica a comunicare con il mondo che lo circonda, all'interno della sua testa c'è un intero universo che viene mosso dalle sue continue domande e osservazioni fatte in solitaria. Ed è molto divertente. Quello che intendo dire è che la mente di R è molto affascinante e decisamente acuta e non è semplice per un autore riuscire a creare questo tipo di dinamica senza il rischio di far annoiare a morte il lettore.
Il quasi continuo flusso di coscienza di R invece, è scorrevole, con guizzi di ironia e un'umanità infinita che fa impallidire quella di certi altri personaggi che sono molto più vivi del nostro protagonista.
La storia può sembrare solo una versione di Romeo ("R"omeo), e Giuletta ("Julie"t, la co-protagonista), post-apocalisse. Le tematiche sono invece molto più profonde perché si affronta il razzismo e la paura del "Diverso", per passare poi alle conseguenze di una devastazione dovuta all'incuria dell'uomo, soprattutto verso se stesso.
La de-umanizzazione della razza umana, sia negli zombie che negli stessi vivi è un altro tema centrale. Lo stretto confine tra la vita e la morte e il desiderio di vivere appieno nonostante le difficoltà - in questa storia rappresentate all'estremo dalla condizione di zombie di R.
L'amore e il suo potere di guarigione del cuore da quelle che sono le ferite inferte dall'esistenza qui rappresentate dall'infezione che trasforma i vivi in morti che camminano: una sorta di grande metafora della società moderna.
Lo stile narrativo di Isaac Marion, come accennavo prima, è cinematografico e quindi dinamico, tutto declinato al presente. La vita è qui e ora e va affrontata, pare dire a ogni rigo.
Marion non è un grande paesaggista: spesso e volentieri gli ambienti in cui i suoi personaggi si muovono sono talmente desolati e in rovina che non vale mai troppo la pena di soffermarsi su dettagli che ormai sono stati cancellati dalle guerre e dall'infezione. Ciò che interessa il nostro autore sono i rapporti interpersonali e la crescita unita alla guarigione del nostro protagonista.
Anche il personaggio di Julie è ottimo; anticonformista, indipendente e ragazzina nel suo essere donna sopravvissuta alla sofferenza più cruda; non crea antipatia né avversione ma anzi, forse per lo spiccato "istinto da crocerossina" insito in ogni donna, si viene a creare molta empatia con lei se sei lettrice. Te ne innamori se sei lettore.

Non voglio rivelare oltre; "Warm Bodies", è una lettura fresca e veloce che vi terrà un'enorme compagnia nel caso decideste di avventurarvi tra le sue pagine. Non è il romanzo del secolo, ma il romanzo adatto al secolo e alla società in cui viviamo.
Magari vi farà pensare come è accaduto a me. O magari vi strapperà solo qualche sorriso il che non è male, nemmeno un po'.

Hope Valentine.


venerdì 29 marzo 2013

La Dama che amò due Principi - Recensione. Gabriella Magrini ci trasporta tra le meraviglie del Giappone medievale



La Dama che amò due Principi -- Gabriella Magrini
Per puro caso, mentre cercavo qualche nuova lettura ambientata in Giappone, salta fuori questo libro non nuovissimo - del 2006 -  dove un'italiana si cimenta nel narrare la storia di una poetessa e dama di corte imperiale che visse realmente intorno all'anno 1000, quando il Giappone era ancora un impero forte e il potere del suo reggente non era messo in discussione da lotte intestine.
Il suo nome fu Izumi Shikibu (non il nome reale ma lo pseudonimo che tutte le dame di corte adottavano, derivato dall'unione del nome della città da cui provenivano con il loro titolo a corte).
La vita di questa donna bellissima e dall'animo profondo e delicato, alla costante ricerca di un'ispirazione per la sua arte e dell'amore - quello disperato e straziante che ti riempie l'anima ma un attimo dopo la svuota - è il mezzo attraverso il quale il lettore viene messo a conoscenza delle vicissitudini di corte e dei complicati riti che ne scandiscono i ritmi quotidiani.
E mentre molti anni dopo quando ormai dama Shikibu è in ritiro monacale, lei comincia a scrivere le sue memorie e piano piano vengono alla luce amori passati e distruttivi, scandali senza precedenti alla corte imperiale. Nel frattempo l'intreccio narrativo si arricchisce di una congiura a palazzo, ai danni del futuro imperatore.

Questo romanzo brevissimo - sono poco più di 250 pagine - è un piccolo gioiello di delicatezza e purezza, caratteristiche derivate dalla stessa protagonista, che si lascia leggere con trasporto e semplicità. E' uno di quei romanzi che consiglierei a chi desidera avvicinarsi a piccoli passi alla cultura orientale e allo stesso tempo, rilassare la mente.
Rispetto a certi altri tomi che ho letto in passato e sto tuttora leggendo (il Genji Monogatari per esempio, o Shogun di James Clavell), questo romanzo è "acqua schietta"; non fraintendetemi però perché non voglio dargli un giudizio troppo negativo. Purtroppo credo che sia un romanzo semplice e lineare sì ma, poco caratterizzato.
La bellezza delle storie ambientate in Giappone è la particolarizzazione degli usi e costumi la spiegazione del perché esistono e le descrizioni della meravigliose case, dei suppellettili delle acconciature e dei kimono (specie se i personaggi principali sono nobili o appartenenti alla corte imperiale).
Qui, ho travato un po' di carenza dal punto di vista descrittivo; magari l'autrice dice quanti strati di kimono dama Shikibu indossa ma non ti fa una descrizione particolareggiata delle sete, dei colori sgargianti dipinti a mano che venivano scelti con cura maniacale dalle dame di corte perché non stonassero sovrapposti uno sopra all'altro. Oppure le acconciature: quelle mancano completamente.
Le dame di corte si facevano crescere i neri capelli serici fino ai piedi (veramente, non è uno scherzo), per simboleggiare la loro risma sociale e lo stile di vita che conducevano - e questo dava adito durante le cerimonie ufficiali, di raccogliere i capelli con ornamenti di ogni genere e in modi e maniere sempre fantasiose. Acconciature che erano così complicate che dovevano mantenerle per giorni pur di non rovinare la tanta fatica fatta durante la loro creazione.
I paesaggi del Giappone inoltre, sono ciò che di più lontano esiste dal mondo dell'uomo occidentale. Non solo quelli racchiusi all'interno delle mura della corte imperiale - un microcosmo in un macrocosmo - ma anche la natura circostante è così affascinante da aver incantato per secoli visitatori gaijin - stranieri - o addirittura ad aver ispirato racconti e poesie degli stessi artisti giapponesi.
Tutto questo manca, lasciando un vuoto incolmabile che nemmeno la narrazione dell'incredibile esperienza umana della protagonista può colmare.
La nostra beniamina non sembra vivere in un mondo a noi del tutto estraneo, ma nella villetta a schiera che da sul giardino, dietro casa mia.
Poi, per carità, le vicissitudini amorose di dama Shikibu, trasportano il lettore dentro la storia piedi e caviglie compresi ma manca quella scintilla che sigilla con il fuoco nella mente una storia che hai amato particolarmente.
Non bastano qualche parola - spiegata in un glossario a fine libro - in lingua per trasportarti completamente in un mondo estraneo.

Voglio però smettere di fare la criticona e mettere in risalto ciò che c'è di positivo in questo libro.
E' scritto molto bene, tanto per cominciare. Non annoia mai, non diventa mai pesante (ma forse proprio perché mancano tutte quelle caratterizzazioni di cui lamentavo poco prima), e scorre come acqua lieve di pagina in pagina. Merito anche della protagonista, la cui sensibilità viene messa in risalto dalla ricerca continua di una ragione di vivere attraverso le passioni e gli amori che costellano la sua esistenza; dai matrimoni combinati alle passioni occasionali poi trasformate in grandi amori.
Quindi non solo i due principi da cui il titolo, ma una serie di amanti nominati o meno che dama Shikibu incontra e di cui ci rende partecipi nell'arco della narrazione.
Ho trovato azzeccatissimi i tanka - poesie brevi in 5 versi - a inizio di ogni capitolo, non solo perché estremamente coerenti con il contenuto ma anche perché sono una forma letteraria/poetica tipicamente giapponese, insieme agli haiku, che esprimono in poche parole la cultura e la filosofia del paese del Sol Levante.

E ora l'ultimo aspetto che voglio brevemente analizzare di questo romanzo, e non saprei se sia una critica o un lode: la protagonista, Izumi Shikibu.
Fantasiosa creazione della Magrini o ipotetica figura che avrebbe avuto una qualche possibilità di esistere nella società medievale Giapponese? Sì e no a mio parere, nel senso che certe pulsioni e certi desideri erano probabilmente insiti in molti ma pochi potevano permettersi di esprimerli, soprattutto quando si trattava di donne.
Le donne non potevano percorrere la via dei guerrieri o meglio conosciuti come samurai, per cui l'unico modo che avevano per preservare l'onore - il loro e quello della famiglia, oltre che dell'eventuale marito - era fare esattamente ciò che ci si aspettava da loro. La libertà di vivere appieno le proprie passioni era prerogativa esclusiva degli uomini che anche se non nascondevano relazioni extraconiugali, non potevano permettersi di disonorare la prima moglie, la più importante, dando maggiori attenzioni, tempo, ricchezze alle amanti occasionali. Le donne, ed esclusivamente le nobili, non erano facilmente perdonate nelle "scappatelle", per cui principalmente si astenevano dall'avere relazioni sconvenienti. Dama Shikibu, invece, per tutta la durata della storia, pare avere sempre pochi scrupoli nelle sue scelte, guidata esclusivamente dalla passione e dall'amore; non era così semplice per nessuna, questo punto va chiarito.
E' per questo che la nostra eroina mi pare un po' troppo indipendente rispetto al contesto in cui è collocata.
Ma la figura che alla fine ne viene fuori, è vincente: nonostante gli errori, le sofferenze, non ha mai chinato il capo e ha sempre vissuto secondo il proprio cuore - da outsider - beniamina positiva dell'esaltazione e dell'accettazione di sé.
E nonostante l'intrigo di corte che da un certo momento in avanti prende piede, l'attenzione del lettore che ogni tanto viene pilotata su personaggi secondari, i nomi esotici dei suoi amanti che si susseguono pagina dopo pagina, Izumi Shikibu è un personaggio che riesce a calamitare l'attenzione del lettore e a permeare ogni rigo della sua delicatezza.
Come acqua che scroscia delicata tra le pagine, appunto.

Hope Valentine.

giovedì 21 febbraio 2013

Il Canone Inverso e la dissociazione della psiche

Paolo Maurensig--Canone Inverso
*piccola nota d'obbligo: conviene aver letto il libro prima di procedere con la lettura del seguente articolo! Non fate quelle facce e mettetevi all'opera; sono poco più di 150 pagine!


Non ho la minima intenzione di leggere per una seconda volta questo romanzo perché non desidero farmi del male.
Non che la lettura sia stata spiacevole o poco comprensibile.
Semplicemente non sento la necessità, al momento, di rituffarmi nelle brumose strade di una Vienna un po' antica e artificiosa che ricorda una di quelle giostre luminose a cui ogni tanto volevamo andare da bambini e che vedevamo nelle piazze delle nostre città periodicamente. Non ho ancora realizzato con chiarezza se voglio avventurarmi in una di quelle taverne dalla vita notturna molto alcolica per ascoltare uno di quei musicisti ambulanti, figura che ai giorni nostri non popola più quelle vie.
Il talento musicale e l'agonia passoniale con cui si spende la propria vita nel tentativo di raggiungere la perfezione assoluta sono le linee guida di questo romanzo molo breve ma denso. Nebbioso e fosco; questo è il primo ricordo a ritroso che si ha una volta conclusa la lettura.
Quello che voglio dire è che di base Paolo Maurensig costruisce una storia piacevolissima e scritta in modo magistrale ma che pesa un po' sulla coscienza per svariati motivi. Primo tra i quali, quando chiudi il libro dopo l'epilogo finale non sei ben sicuro di aver capito la trama e di aver colto tutti i dettagli sparsi qua e là.
Poi ci ripensi e capisci che in realtà nulla faceva presagire quel totale sconvolgimento della trama e ti consoli.
Ci pensi a mente fredda passati due o tre giorni e capisci che questo romanzo altro non è che un mascheramento: l'argomento "musica" in sè per sè non è altro che il sigificato che maschera il vero significante. In realtà Maurensig non sta parlando della lucida follia con cui persegui certe passioni e certi obbietivi ma della follia vera e propria: quella che è da considerarsi distorsione della percezione mentale della realtà.
Dopo varie ricerche su Internet questo concetto mi è stato ancora più chiaro. Mi spiego meglio.
Il canone inverso, oltre a essere il titolo del romanzo ne è anche il concetto portante, oltre che una tecnica compositiva in musica che prevede il ripetersi della stessa struttura ma in tonalità diversa. Uguale ma diverso. Un'unica persona, divisa in due entità.
Ma facciamo una breve sintesi della trama (se possibile).
Londra: ad un'asta di Christie's un misterioso compratore si aggiudica a un prezzo relativamente conveniente un violino - si presume uno degli ultimi creati - opera del maestro liutaio Jakob Stainer.
La sua particolarità è quella di riprodurre al posto della tipica forma a chiocciola, una testa umanoide dai tratti grotteschi e spaventosi.
Un misterioso uomo, avvicina il compratore e gli spiega che se fosse nelle sue facoltà economiche comprerebbe subito quell'opera d'arte sopprattutto perché è legata a un uomo, incontrato anni prima a Vienna, che gli ha raccontato una storia particolare e triste al tempo stesso e che non è più stato in grado di togliersi dalla testa.
La storia comincia con un icontro casuale in un locale viennese come tanti altri, dove l'uomo misterioso sente suonare per la prima volta colui che si presenterà poi come Jeno Varga; sorpreso e anche invidioso, gli chiede di suonare la "Ciaccona" di Bach, pezzo famoso per la sua grande difficoltà tecnica e che il signor Varga esegue con innata maestria. A seguito di questa piccola 'sfida', l'uomo misterioso rimane così colpito dal violinista che accetta di ascoltarne la storia: come può un musicista così bravo da meritare un ruolo da solista, suonare in bettole e locali sconosciuti? Si viene quindi catapultati tra i vicoli di Vienna e nel bel mezzo della storia di Jeno Varga, giovane e promettente violinista la cui carriera e vita, sono stati rovinati da una serie di vicissitudini legate alle sue misteriose origini.

Dalla storia del giovane Jeno, ha inizio l'espediente principe utile nel viaggio all'interno della psiche - e delle psicosi - dell'uomo moderno.
Origini genealogiche taciute, un talento immenso coltivato tra le mura di una scuola d'arte che assomiglia più a una caserma militare dove l'ego e il talento vengono schiacciati come mosche su una parete. Un amore impossibile e mai realizzato, delicato come un fiore; che rimane un ideale di perfezione sentimentale/artistica a cui tendere piuttosto che una relazione passionale. La seconda guerra mondiale e l'avvento delle leggi raziali in sottofondo a una vicenda così distorta che a metà libro, nel punto in cui i nodi iniziali cominciano a dipanarsi, il lettore ha la netta sensazione di averne compreso il finale per poi rimanerne completamente interdetto.
Il dubbio filosofico sull'immortalità che attanaglia l'uomo da sempre. Il disperato bisogno di sapere che tanto talento venga tramandato ai posteri facendone così del portatore, una creatura immortale.

Indubbiamente, gli ingredienti per un libro ben scritto ci sono tutti; non fosse per la crudeltà sistematica con cui l'autore ne porta avanti le fila, fino al proscioglimento finale, sarebbe anche godibile. Eppure quel senso di oppressione, la certezza di un dettaglio che ti sta sfuggendo, accompagna il lettore per tutta la vicenda. Un po' come essere un fachiro e stare seduto su un tappeto di aculei. Sai che male.
Infine, quello che inizialmente poteva sembrare un romanzo dai tratti romantici, delicati e musicali (viste le tematiche trattate e gli excursus filosofici che vengono assegnati ai vari personaggi in scena), si rivela essere un freddo trattato logico - la musica stessa e le sue strutture sono fatte di logica e tecnica - dove la musica è solo il pretesto per introdurre un romanzo psicologico.
Piano piano, la concezione logico-matematica che l'autore ha della musica si fa sempre più evidente (auotore che è identificabile con il misterioso viaggiatore che si ritrova ad ascoltare la storia di Jeno e che quando ne fa la conoscenza, gli chiede di suonare proprio... guarda un po', la "Ciaccona"); e perfino lo stile narrativo risente di tecnicismi asettici che trasformano le poche descrizioni presenti in aggiunte necessarie al fine ultimo. Stringato e poco incline alla logorrea (al contrario della sottoscritta), questo è il tratto distintivo dell'opera.
Alla fine, diventa chiaro come la struttura del canone inverso a cui il titolo fa riferimento, sia un suggerimento su come leggere il romanzo e sulla duplicità che ne distingue i tratti principali ma con l'intenzione di una vicenda narrata su piani psicologici diversi.
Non so se il concetto sia chiaro, perfino io sono confusa... forse sto cercando trame secondarie che non ci sono.
E pure, sul finale strano - e staniante - in cui si scopre che il narratore Jeno Varga (che non si chiama Jeno ma Kuno e non più Varga ma Blau) è un personaggio psicotico e afflitto da disturbi dissociativi della personalità, cominciano a sorgere i primi dubbi.
Innanzitutto questa sua piccola peculiarità non ne fa un narratore affidabile: è tutto vero ciò che racconta ("Fight Club" di Palaniuck insegna!)? O si tratta del delirio di onnipotenza di una persona che crede di essere qualcun'altro completamente estraniata al suo vero Io e assoggettata alla personalità dell'amico scomparso e predominante? Jeno Varga - che su un primo momento ti viene quasi Dickensianamente presentato come un povero sfortunato che costruisce da solo il suo futuro - è realmente il personaggio quasi remissivo che Maurensig ci vuole far credere o è l'artista pieno di sé e certo del proprio talento ma contro cui la vita è stata ingiusta, così come ci viene descritto nella seconda personalità di Kuno?
Come si capisce, non ci ho capito niente. O forse si tratta di una storia a libera interpretazione, con significato duplice o multiplo!
Oppure ancora, non è altro che una storia un po' complessa che crea una gran confusione nel lettore.

L'ho detto; per il momento non ho intenzione di ricominciare a leggere questo romanzo dal principio: badate, mi è piaciuto e lo consiglierei ma solo a chi sono consapevole che possa apprezzare il genere.
Per tutti gli altri: lasciate perdere se non avete intenzione di perdervi in congetture complicate che faticherete a spiegare... come fa la sottoscritta!


Hope Valentine.












giovedì 10 gennaio 2013

Cloud Atlas... il libro, non il film!



Non è semplice scrivere di un romanzo della portata di "Cloud Atlas" scritto da David Mitchell nel 2004 e riportato alla ribalta dal recente adattamento cinematografico omonimo.
Per la struttura della storia, per la quantità di informazioni che contiene. La complessità dei personaggi che vi prendono vita.
Nemmeno il nocciolo della questione che si cela sotto 500 pagine e passa di romanzo è tanto semplice da spiegare.


Partiamo con calma e forse sarò in grado di sciogliere la matassa.

Sei sono le storie che compongono il romanzo, intersecate tra loro e consequenziali una all'altra come una serie di bambole matrioska.
Un notaio di San Francisco di fine '800 attraversa l'oceano per fare ritorno a casa dalla sua amata famiglia; un compositore degli anni '30 attraversa il Belgio per coronare il suo sogno di diventare collaboratore di uno dei più grandi musicisti viventi del periodo. Una giornalista degli anni '70 impiegata in un giornale di gossip viene a conoscenza di progetti economico-politici-ambientali e i tentativi di insabbiamento che li circondano destinati a rovinare il paese; un anziano editore inglese dei giorni nostri si ritrova "improgionato" in una casa di riposo a sua insaputa; un clone nella Corea del futuro, a cavallo degli anni 2000, che tenta di elevarsi rispetto allo scopo per  cui è stata creata. In un futuro post-apocalittico vicino agli anni 3000, un giovane cerca la libertà e la via di fuga da un popolo schiavista antagonsta della sua tribù d'origine.
Le storie cominciano e si interrompono tutte a metà fino al sesto capitolo e quindi al sesto protagonista, per poi riprendere da dove le avevamo lasciate procedendo a ritroso fino a tornare al punto di partenza.

Questa in parole povere la sinossi del romanzo ma sotto c'è molto, molto di più.

Le azioni compiute nell'esistenza precedente pare abbiano un'influenza su quella successiva e sembra che la stessa anima trasmigri e si reincarni da un personaggio all'altro, accumulando esperienze a livello inconscio che lo portano a fare alcune scelte piuttosto che altre.
Tra tutte le reincarnazioni, le femminili sembrano essere quelle che conservano il maggior numero di informazioni pre cognitive.
In realtà tutti i personaggi nell'arco delle storie si accorgono anche solo inconsciamente di avere qualcosa in comune con l'anima che li ha preceduti oppure di avere a che fare con una reincarnazione della stessa.
Ed è questo circolo infinito che attraversa le epoche e unisce una storia all'altraa farne uno dei punti forza del romanzo di David Mitchell,visionario quasi quanto quelli di Kurt Vonneghut.
L'altra parte forte di tutta la faccenda è che lo stile, il ritmo e il vocabolario che cambiano di capitolo in capitolo rispettano le epoche storiche e le personalità dei personaggi che le abitano.
Chiaramente nella traduzione all' italiano qualcosa dello smalto originale si sarà perso – anche se non ho  avuto occasione di leggerlo nella lingua d'origine – quella sottile ironia che traspare in alcuni giochi di parole o vocaboli nuovi creati ad uso e consumo della storia fine a sé stessa.
Innovativo; perché mentre stai leggendo una storia e piangi, ti disperi e gioisci con il tuo personaggio preferito volti pagina e sei vittima di un giro di boa non indifferente che ti lascia senza fiato e anche un po'amareggiatoperché vorresti sapere a tutti i costi come andrà a finire.
Poi prosegui nella lettura, resisti all'impulso di fare "fast-foreward", e ti appassioni al protagonista successivo con i suoi difetti e i pregi.
E come nel gioco del 'trova le differenze' ti diverti a cogliere quei dettagli che tornano ciclicamente:come un incidente automibilistico che si ripete, un' interazione tra i personaggi che ti ricorda qualcosa che hai già letto qualche pagina prima, un concetto, una voglia a forma di cometa.

La meraviglia e lo stupor colgono il lettore a mano a mano che la storia procede, anche per la complessità delle storie e gli intrecci intelligenti che a volte sanno molto di thriller spionistico, altre di romanzo picaresco, altre ancora di romanzo storico e di ricostruizione diaristica. Per poi sforare nella fantascienza pura e semplice.
E' la vastità temporale di cui si prende cura l'autore e del messaggio rilegato con copertina, intrinseco a ogni esitenza seppur fantasiosa che l'autore ci consegna che più ti fa capire di avere tra le mani un ottimo romanzo... di quelli completi, che fanno volare la mente ma che la esercitano anche senza dimenticare di insegnare qualcosa.
La lotta per la libertà è l'insegnamento che più di tutto traspare al termine della lettura.
La lotta contro l'ostracismo e la differenza razziale tra i vari tipi umani o umanoidi; la lotta per la libertà sentimentale e artistica. La lotta per i principi dell'uomo e dell'emancipazione della donna.
La donna, che nel marasma apparente generale è una figura che ne esce nobilitata: è colei che idealizzata aspetta il suo uomo a miglia e miglia di distanza, il cui ricordo lo sprona a soppravvivere e lottare. E' colei che è regina dei salotti dell'alta borghesia e che detta le leggi sentimentali e quelle della casa. E' colei che fa sospirare il protagonista maschile e lo fa innamorare dell'Amore stesso.
E' colei che è pronta a donare all'umanità oltre che la propria vita, un nuovo credo che innalza tutti in parità di diritti e doveri. E' colei che viene da un mondo molto più sviluppato e senza seguire una logica ben precisa ma solo la sua innata irrazionalità, salva più di una volta e dona un nuovo futuro a un piccolo pastore e alla sua cultura.

I piani di lettura sono tanti, come gli stili utilizzati all'interno dello stesso romanzo; si passa dal diario di bordo e quindi da una narrazione diaristica datata giorno per giorno alle lettere forbite di un giovane compositore molto baudleriano indirizzate all'amico-amante lasciato in patria.
Per poi passare al flusso di pensiero ininterrotto con frasi spropositatamente lunghe e prive di punteggiatura per cui ti ci vogliono almeno quelle cinque pagine per prender il ritmo giusto di lettura. Ma efficaci e divertentissime.
Si passa all'intervista, discorsiva dunque e poco descrittiva; scarna e minimale all'inizio per diventare poi più ricca e complessa verso la fine perfino nei concetti tanto per seguire l'evoluzione mentale della protagonista.
Infine, c'è il racconto completamente discorsivo, sgrammaticato e incomprensibile per l'utilizzo di vocaboli inventati di sana pianta dell'ultimo protagonista; comunque spassosissimo e non privo di punti chiave che spiegano tutto e niente con la semplicità disarmante di un ignorante, paragonabile a un bambino.

E per questa volta, ho proprio detto tutto.
Incredibile: io che me la cavo in pochi paragrafi! Eppure, sono convinta che per apprezzare un buon libro, di ottima qualità bastino poche righe.
L'interpretazione migliore è quella personale sopprattutto su un'opera simile.
Quindi a voi l'onere.. intanto, questa è una lettura che io vi consiglio!

Hope Valentine.

venerdì 28 dicembre 2012

The Caster Chronicles; piccola analisi più ironica che critica del genere fantasy e della sua evoluzione in Young Adult

Appena terminato di leggere l'ultimo capitolo dell'ultimo romanzo edito in Italia di questa serie fantasy intitolata "The CasterChronicles" ho pensato che la seppur piccola speranza di leggere qualcosa che ricordasse anche solo vagamente il genere che da piccola avevo amato così tanto, sia definitivamente sfumata .

La Sedicesima Luna (Libro 1°)
Dopo"Twilight" il genere fantasy per ragazzi, denominato sapientemente dagli americani Young Adult – proprio come si fa con una nuova moda – ha cambiato completamente faccia.
Queste storie non hanno più il sapore della favola ma portano argomenti adulti in un mondo abitato da ragazzi che soccombono sotto responsabilità troppo grandi, il tutto condito da magia, mistero e sovrannaturale. In questi libri si legge di una realtà parallela totalmente discostata da quella che è invece la natura del"giovane-adulto", dell'adolescente ai giorni nostri.
La serie "The Caster Chronicles" è forse la meno malvagia e quella che più si avvicina alla mia idea di fantasy con lezione-morale-da-insegnare.

Leggermente, non esageriamo.

Il primo libro, "La Sedicesima Luna", è quello introduttivo dove a mano a mano che cominci la lettura impari a conoscere i personaggi, le loro forze e le loro debolezze... che non hanno nulla a che fare con quelle dell'adolescente moderno (forse conquello dell' '800)!
La vita della piccola cittadina di provincia Americana viene descritta in modo un po' stereotipato: quelli che sono i grandi argomenti di discriminazione razziale, civile e di paura dell'altro e del diverso seguono il solito schema di isolamento/ostracismo/tentativo di allontanamento.
Quantomeno, in questo romanzo la piccola città di Gatlin è quasi una protagonista a sè stante e i suoi abitanti sono caratterizzati ognuno dalle proprie manie e tic nervosi. Chiaro che da qui a definirla una descrizione morale e soprattutto matura, ne passa diacqua sotto i ponti.
Carina l'idea di raccontare la storia dal punto di vista maschile ma.. ehi, andiamo! Quale ragazzino di sedici anni si comporterebe in quel modo?!
Voglio essere cattiva fino in fondo: quale ragazzino di sedici anni starebbe con la ragazza più bella della scuola (anche se la più evitata), senza poterla mai toccare e stare con lei intimamente? Ad un certo punto se la narrazione fosse realistica ma non lo è, si leggerebbero solo una serie di elucubrazioni becere. Cosa che non avviene nemmeno una volta. Zero. Nessun pensiero impuro.
Neanche la Beatrice di Dante era tanto casta.
Per cui nemmeno il nostro protagonista maschile si salva dallo struggimento amoroso più melenso e scontato che speravo si potesse evitare con l'utilizzo di questo Io narrante diverso e quindi nemmeno in questa storia ci salviamo dal farci un'endovena di glucosio allo stato puro.
Da paura.
La storia si dipana in modo semplice e un po'scontato: lui incontra lei, lui si innamora di lei. Lei dopo averlo inizialmente respinto cede e da libero sfogo al suo amore eterno (il tutto nel giro di 20/30pagine).
Una maledizione incombe su di lei che è una maga – ma qui ci piace fare le cose a modo nostro per cui ci facciamo chiamare Caster – e proprio a lei che a scuola e in paese è la più aborrita e ostracizzata di tutti, si rivelerà essere colei da cui dipende il destino dell'umanità intera. Lui dopo ricerche e varie peripezie tra le quali un salvataggio in extremis durante un incantesimo che – ops! - anziché farle del bene quasi l'ammazza, riesce a sconfiggere il male assoluto rappresentato niente-popò-di-meno che dalla madre della giovane protagonista.
Fantasia: zero.
Stiledescrittivo/narrativo: anche sotto-zero.
Frasi semplici che comunque riescono a creare il caos assoluto con magie incomprensibili ed effetti da stunt-men che il lettore non riesce a seguire. Insomma a distanza di giorni, tutto ciò che vi rimarrà in mente è la confusione più totale. E la domanda; ma perché mi ostino a leggere questi libri?

La storia non può finire qui però ed ecco che subito arriva "La Diciassettesima Luna".
Ahinoi, la salvezza dell'umanità è ancora lontana e si prospetta la distruzione totale di tutte le persone respiranti per mano dell'Incubus (No! Non un vampiro, non osate nemmeno pensarlo!), più cattivo di tutti che nonostante i millant'anni, da ancora del filo da torcere alle nuove generazioni.
Lei scappa e lascia lui, lui si dispera e si sente come se gli fosse stata amputata una gamba, ma alla fine l'amore trionferà e ci salverà tutti. Lui trova lei, lui capisce qual'è il suo reale scopo in tutta la vicenda (ci volevano due libri per capirlo?).
Finale semi-apocalittico, con risoluzione abbastanza ridicolizzante della problematica iniziale: devi scegliere tra bene e male... che fare? Scelgo tutti e due! E così perché sono un personaggio piatto, incapace di sacrifici, distruggo l'equilibrio delle cose.

Ho semplificato molto la vicenda narrata in questo secondo libro, come pure la mia personalissima sinossi del primo libro era alquanto farsesca, ma non riesco a non storcere il naso di fronte a trame simili: più di 500 pagine che girano attorno a triangoli amorosi e a una scelta che alla fine non viene comunque fatta. Certo, era necessario trovare un éscamotage per poter proseguire la serie, ma così sa proprio di stiracchiato e va anche contro tutti i paradigmi propri di una storia fantasy-adolescenziale di crescita e maturazione dei personaggi.

Si passa quindi al terzo volume, e per ora ultimo edito in Italia ma in America la serie si è conclusa a Ottobre con la pubblicazione del quarto, intitolato "La Diciottesima Luna".

Vorrei fare una piccola riflessione sulla scelta dell'adattamento in italiano di mantenere un legame tra un titolo e l'altro; scelta intelligente dato che permette al lettore di non fare confusione con altre serie e riconduce immediatamente al primo libro. Scelta pessima invece, di tradurre titoli molto affascinanti in originale("Beautiful Creatures", "BeautifulDarkness" e "Beautiful Chaos"),con qualcosa di più insipido come "La SedicesimaLuna" e via discorrendo...
Ora, se avessero mantenuto il titolo originale semplicemente traducendoloin un "Bellissime Creature"etc., sarebbe stato molto più d'impatto e anche molto più musicale.
Matant'è che non lavoro nell'editoria e voglio credere che ci sianostate delle motivazioni ponderate di marketing e comunicazione, molto solide che hanno spinto la Mondadori verso una scelta piuttosto che un'altra.

Ma procediamo... terzo ma non ultimo capitolo di questa saga Young Adult gotica: i fili della trama finalmente vengono tirati e le conseguenze di quanto accaduto nel primo (morte e risurrezione del protagonista), e scelta/non-scelta della co-protagonista (bene e male, all together), si cominciano a sentire. Tutto il frullato di ormai ritriti trangoli amorosi, migliori amici sfigati che ormai più tanto sfigati non sono, portano a un finale "shock" che intorno alla 150^ pagina era già chiaro come il sole. Per me lettrice, per il protagonista un po' meno.
Le solite 500 pagine e passa che si trascinano, il solito amore eterno e smisurato (ma dico, a 17 anni come fai a provare qualcosa disimile?).
Ma non è finita qui: si potrà scoprire se il nostro beneamato protagonista tornerà di nuovo dalla landa desolata dei morti (di nuovo!!), soltanto nel prossimo capitolo.
L'ordine cosmico delle cose tornerà in equilibrio? O dovremmo accontentarci ancora di una soluzione finale che di finale non ha proprio niente?Salteremo tutti in aria?
L'amore,con la 'a' majuscule, trionferà o verrà distrutto dalla dura realtà (secondo me trionferà distruggendo tutte le leggi della fisica conosciute)?


Forse sono io che pretendo troppo da un genere simile ma tanto per citarne un onorevole predecessore, non era stato scritto per un pubblico di bambini anche "Lo Hobbit"?
Eppure vi sono tematiche molto più complesse – per non parlare dello stile di scrittura anche se venne scritto in un altro secolo – invenzioni molto più ingegnose, degne di una realtà parallela. Un intero mondo costruito ad hoc per solleticare la fantasia di adulti e piccoli e per dare una lezione morale, finale.
Non c'era stato bisogno di inscenare amori da soap-opera melodrammatici e impossibili. Non c'era stato bisogno di creare artifici utili solo ad allungare la brodaglia perché il prodotto finale avesse successo.
Un'altro esempio doveroso visto il genere e molto più recente sono i romanzi della saga "Harry Potter":  vi sono i detrattori e i sostenitori, come per ogni cosa, ma a me non pare che le saghe siano comparabili nemmeno lontanamente. E con questo intendo dire che il maghetto con la cicatrice a forma di saetta batte su tutti i fronti la Caster.
Anche qui l'autrice aveva creato un mondo fatto su misura attraverso il quale i protagonisti si muovevano di anno in anno, crescevano e dai toni della fiaba che erano propri dei primi tre romanzi, si passava ad argomenti più maturi. Niente amori stucchevoli o impossibili: l'amore c'era ma era costruttivo in ogni sua forma. La famiglia e gli amici non erano delle semplici comparse ma protagonisti a loro volta di episodi chiave delle vicende.
La scelta tra ciò che era facile e ciò che era giusto (che la Garcia e la Stohl hanno tentato di riprendere fallendo miseramente), era una scelta finale a cui il protagonista arrivava dopo un percorso di crescita interiore di anni, una serie di eventi che lo portavano a quella decisione senza via di ritorno e non perché era nato martire e tutto ciò che desiderava fare era di morire schiattato.


Dopo le avventure inverosimili vissute da Bella e Edward (l'umana e il suo vampiro di "Twilight", per l'appunto),non c'è più una storia che sia degna di questo nome. Non esiste più la netta distinzione tra ciò che è finto e ciò che non lo è.
Si tenta in tutti i modi di far vivere all'adolescente moderno storie inverosimili al sapore di realtà che mescolano problemi di tutti i giorni insieme alla lotta tra il bene e il male assoluto.
Eppure l'età a cui questo genere si dedica non è quella in cui si hanno le idee chiare su ciò che è giusto o sbagliato; non si ha ben presente l'idea di morte e di 'scelta'. Sono idee e conclusioni a cui siarriva con un certo bagalio di esperienza alle spalle sia da parte dei protagonisti cartacei che dei lettori. Per questo motivo certi argomenti proposti in queste storie non viene recepito come l'autore vorrebbe e la storia in sè viene tristemente edulcorata. Tra le tante parole scritte riesce a filtrare solo ciò che riguarda la classica storia d'amore protagonista totalitaria delle vicende narrate che diventa balsamo e ossessione di questi ragazzi alienati e dissociati.
Si assiste a un debole tentativo di far arrivare al lettore un messaggio che faticherà comunque a recepire, invogliandolo con la narrazione che ruota intorno a una fantomatica quanto improbabile, storia d'amore assoluto.
Ma l'assoluto è un concetto che non esiste nel mondo dei ragazzi.
Le complicazioni che la vita porta con sè e la sua finitidune, non sono argomenti vicini al cuore degli adolescenti che in un età compresatra i 14 e i 18 anni credono ancora di essere onnipotenti e immortali.

Forse io sono troppo cresciuta per questo genere di romanzi. Continuo a leggerli perché sono quelli che richiedono meno impegno per far volare la mia fantasia eppure nonostante questa consapevolezza non riesco a fare a meno di essere critica nei loro confronti.
Non insegnano nulla, non inviano nessun tipo di messaggio né positivo né negativo. A volte mi hanno dato la nettissima impressione che le storie fossero deboli e forzate quasi come se dietro ci fosse lo zampino dell'editor che sussurra nell'orecchio dell'autore che se riesce a dilungare ancora un po' la storia se ne potrebbe fare un'altro libro e quindi doppi guadagni.


Non fraintendetemi, la serie è carina si legge bene e velocemente e ripeto che forse è l'unica leggibile di questo nuovo genere narrativo che sta invadendo le librerie ma non c'è niente di tipicamente fantasy in questa storia; perché usare la parola magia non è sufficente per fare genere.


Spero proprio che gli Young Adult o scompaiano o si evolvano... o per tornare ai miei esempi, involvano in qualcosa di più intelligente, ironico e costruttivo.



Hope Valentine.